Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Non è un viaggio qualsiasi quello di Lorenzo Peluso.

di Pierpaolo Fasano

Non è un viaggio qualsiasi quello di Lorenzo Peluso. È  un viaggio per ritrovare se stesso tra la polvere, la sabbia e il vento di luoghi difficili… ma anche per far ritrovare noi stessi. “Viaggio” non “viaggi”… perché ogni sua partenza non è un unicum ma è la continuazione del precedente, è la conseguenza di un mai unico e mai eterno ritorno. L’arrivo alla meta non è altro che il ricongiungersi con scenari complessi ma di straripante e incontaminata (possibile) bellezza. “Possibile” perché ancora inespressa, soprattutto da chi la abita. Eppure Lorenzo Peluso che queste terre non le abita ma le vive… questa bellezza la rende tangibile, vera. Ne restituisce ai nostri occhi l’essenza. Ci porta con lui, mano nella mano. E così ti sembra di essere lì, insieme lui ad essere l’obiettivo della sua macchina fotografica che cattura istanti di vita.
“I Giardini di Bagh-e Babur” è questo: è un invito alla bellezza. Nonostante tutto. L’invito alla bellezza, alla pace, alla dolcezza che ritrovi nella voce straziante del muezzin che diffonde nell’aria il mantra della fede islamica (pag. 89-90). Quello di Lorenzo Peluso è un continuo andare, un continuo fluire. E il ritorno non è altro che l’attesa di una nuova partenza.
“Educare, informare, sensibilizzare” (pag.72): è  l’incredibile storia di Radio Bayan West, in Afghanistan, una fulgida lezione del fine ultimo di quella che è la missione anche del nostro reporter che, in questa opera, diventa finanche educatore ed esaminatore di coscienze. Scandaglia le sensibilità, le immagini, i volti, i rumori… persino i silenzi… per restituirci l’essenza di quei luoghi che, seppure distanti, fanno riaffiorare la nostra vera identità (quella che abbiamo smarrito nella galoppante avanzata verso l’effimero) in un realtà reale solo all’apparenza ancestrale e che sembra perdersi nella notte dei tempi ma che anzi è più vicina a noi di quanto possa sembrare. Così lontana eppure così vicina.
Le storie raccontate in questo diario seguono tutte un unico file rouge: quello della dignità.
La dignità privata delle yazide e delle “schiave del sesso”.La dignità smarrita delle “ombre scure dell’anima triste” recluse in carcere per “crimini” impensabili. Così inafferrabili. Impermeabili come il guscio di un pistacchio afghano. Voci mute (pagg. 115-117).
La dignità donata dai militari italiani impegnati nell’addestramento della popolazione.
La dignità di un “piccolo e insignificante dono”: un pacco di biscotti che il mostro reporter regala alle bambine dell’orfanotrofio di Herat. E così i silenzi diventano bisbigli poi si fanno voce. Tra le pagine più intense su cui meditare (pagg. 107-110).
La dignità negli occhi lucidi di Giovanni, alfiere in Iraq di quell’approccio italiano che merita rispetto e che è indice di orgoglio e foriero di speranza (pag. 34-35). La dignità della luce negli occhi del colonnello Gabriele De Feo, responsabile del Team Advisor a Kabul (pagg. 87-88).
La dignità nel “ritorno alla vita” del maresciallo Dario Chiaviello ad Erbil in Iraq che, ossimoricamente, “con gli occhi lucidi e lo sguardo spento”, ricorda gli ultimi istanti di vita del sacrificio di Giuseppe La Rosa (pag 40-41).
È però in “Rocket Alarm” che la tensione raggiunge il culmine. Paura, pathos, rischio, curiosità si mescolano. E la curiosità, si sa, genera conoscenza. Più non vi dico. Leggetelo. È il punto più alto dell’opera (pagg. 76-79).E poi ci sono le donne che, come nella precedente opera, anche qui hanno un ruolo di primo piano. Spiazzante il contrasto tra Ashwaq che prova a ricominciare (pagg. 51-52) e le donne peshmerga, fiere nel combattere l’Isis col “metodo italiano” (cit.) che ha reso queste donne, moglie e madri delle perfette combattenti (pagg. 53-54).
Il contingente italiano, gli “uomini senza volto”, che, in un mondo che osanna sempre il primo in classifica, fa il proprio dovere “nel silenzio più assoluto, senza clamore” (pag. 20-23).
E poi ci sono le testimonianze di Nadia Murad e Lamiya Ahi Bashar che ti lascia senza parole: yazide spaesate e spaventate… vittime dell’odio jihadista che è conseguenza di una distorta tradizione religiosa. Paradossalmente, verrebbe da dire (pagg. 48-49).
In Afghanistan, di cui il nostro reporter è profondo e instancabile conoscitore, il matrimonio “non è questione di cuore ma un affare di famiglia”. La donna è puro abbellimento dell’uomo tanto da meritare, lei, una sepoltura senza nome… così da negarne l’esistenza in vita e rafforzando la sua negazione anche nello smarrirne il ricordo del suo passaggio terreno. Cancellata per sempre (pagg. 95-97). Sono donne “anonime'” (pag. 113).
Non solo la “dignità”. Nel diario di Lorenzo Peluso c’e anche odore di… “resistenza”. Emblematica la figura di Karim Asor, il “Charlie Chaplin afghano” che “ogni giorno mette in scena la metafora del vivere in un paese dove tutto sembra impossibile” (pag. 103) tra un pistacchio e un thè allo zafferano.
“I Giardini di Bagh-e Babur” è un invito alla speranza, a non dimenticare… perché 54 vite umane hanno versato il loro sangue in Afghanistan, 3.500 da tutto il mondo (pag. 119). Perché qui in 12 anni sono stati uccisi circa 1000 giornalisti (pag. 70). Ed è a questo orrore, al quale siamo ormai abituati, che Lorenzo Peluso risponde con il desiderio di continuare ad esserci, a testimoniare, a raccontare… a contaminare la sua vita e la sua conoscenza di saggezza e vite altrui in Turchia, nel Kurdistan iracheno, in Iraq e in Afghanistan. Con il taccuino e la macchina fotografica sempre pronti a placare i tormenti della sua anima che,  soltanto nel cielo senza stelle dell’Afghanistan, trova il suo appiglio, il suo porto sicuro.