Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Mostriamo ai giapponesi la nostra “moderata” indignazione.

di Lorenzo Peluso.

Inutile negarlo, ci sono usi e costumi, tradizioni, anche alimentari, che nei secoli hanno determinato un identificativo caratterizzante di popoli e culture. E’ certo il caso del Giappone, paese spesso indicato come luogo dove il livello di civiltà, paragonato alle abitudini più svariate dei popoli mediterranei, sembrano essere inarrivabili. Ed è persino vero, se pensiamo ad esempio al traffico per le strade di città come Napoli, Tunisi, il Cairo, solo per citarne alcune. Un paese, il Giappone, dove però il senso stesso della tradizione rimane radicato, nonostante l’avanzamento tecnologico che non ha pari al mondo. Tuttavia, vi sono consuetudini, che fatte passare per “tradizione” non hanno null’altro che, in realtà, interessi commerciali enormi, da salvaguardare. Di certo è questa la spiegazione più logica alla decisione, assolutamente non sofferta, che il governo giapponese ha comunicato nei giorni scorsi al resto dei coinquilini del pianeta. La ripresa della caccia in mare alle balene.

In realtà, nello stile dettato dalle logiche della politica occidentale, il Giappone ha annunciato che uscirà dall’International Whaling Commission (ICW), lo farà chiaramente per riprendere la caccia alle balene a scopi commerciali dal 2019. Una decisione che ha aperto un dibattito a livello internazionale, scatenando le ire degli ambientalisti, o animalisti, qualsivoglia, ma che, diciamoci la verità era ampiamente prevista da molto tempo. Gli interessi economici che ruotano intorno al settore baleniero, dalla caccia in mare, ai filetti che finiscono in tavola, ha certamente un valore economico, ma non quanto si è propensi ad immaginare. Uno studio condotto negli ultimi anni da Junko Sakuma, per Greenpeace, riferisce che  un giapponese consuma in media 30 grammi di carne di balena all’anno. Dunque nulla, praticamente. Ancora più esplicito è il dato relativo al fatto che soltanto il 5 per cento circa della popolazione giapponese mangia abitualmente carne di balena. Insomma, è chiaro, che è solo la popolazione anziana, proprio in virtù di quel retaggio culturale, che continua a mangiare carne di cetacei. Tuttavia, anche questo è dato che deve far riflettere, l’uso della carne di balena in tavola per i giapponesi, ha origine recente, nell’immediato dopoguerra. Furono gli americani a fornire al Giappone le proprie baleniere in modo da potersi procurarsi il cibo necessario a superare la devastazione lasciata dalla tragedia nucleare consumatasi alla fine degli anni ’40. Ne è la riprova anche uno studio del governo giapponese che mostra come negli anni ’60 il consumo di carne di balena era riconducibile a circa 200mila tonnellate l’anno, calata man mano nel tempo al punto che ad oggi si stima in media sulle 5mila tonnellate. Dunque, verrebbe da dire, facilmente superabile la questione.

Insomma, si può eliminare del tutto la caccia alle balene. No, purtroppo. Anche in questo caso, è la politica a dettare le regole, in nome di un diritto che si teme di poter perdere, ossia la sovranità territoriale delle coste e del mare di Giappone. Questa si che è una priorità per il Giappone al punto che, coscienti che il settore non è assolutamente redditizio, il governo addirittura lo deve finanziare. Negli ultimi trent’anni 400 milioni di dollari sono stati destinati al sostentamento di quella che viene mascherata come una delle antiche tradizioni di pesca giapponesi. Dunque ben altro, di certo non economia da salvaguardare. A noi altri quindi, cosa ci importa se dall’altro capo del mondo, si continua a dare la caccia in mare alle meravigliose balene? Beh, ci importa e come. Impedire la caccia alle balene significa garantire la protezione e la salvaguardia, dunque il futuro dei nostri oceani, oltre che di “queste maestose creature”, così come ha detto anche Sam Annesley, direttore esecutivo di Greenpeace Japan. Insomma occorre impedire questa mattanza per conservare gli ecosistemi marini. Certo, non basta solo questo per preservare gli ecosistemi marini. Dovremmo lavoraci tutti, anche noi che ora alziamo la voce, ad esempio ad impedire che milioni di metri cubi di plastica, ogni anno finiscano in mare. Anche questo, forse soprattutto questo, mette a rischio il delicato equilibrio dei nostri mari. La verità, dunque, è che la caccia alle balene è una metafora del nostro vivere. Non rinunciamo a nulla, non siamo disposti a modificare il nostro stile di vita, ma nel mentre osserviamo, da sempre, l’erba del vicino, “che è sempre più verde”.

In realtà, per impedire al Giappone di dare corso a questa mattanza basterebbe poco. Boicottare le merci giapponesi, insomma basterebbe che noi tutti, dessimo un segnale forte all’economia del Sol Levante. Occorre infatti ricordare che l’economia del Giappone è la terza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. Con un PIL di 5.100 miliardi di dollari circa ed un forte dominio internazionale nell’industria delle automobili, delle motociclette, delle navi, del petrolio, dell’elettronica di consumo, microelettronica e robotica. Solo l’Italia, nel periodo gennaio-settembre 2018 ha importato merci dal Giappone per 2.875,78 milioni di euro. L’export giapponese verso l’Italia è soprattutto nei  settori tradizionalmente legati all’eccellenza del Made in Japan nel mondo, simbolo di innovazione, tecnologia, ricerca e sviluppo. Circa un quarto delle forniture e’ rappresentato dal comparto degli apparecchi meccanici, seguito dall’automotive e dal settore delle macchine elettriche e dell’IT. Di rilievo rimangono le importazioni di prodotti chimici organici, di strumenti di ottica e precisione, di materie plastiche e di prodotti farmaceutici. Insomma, ampia scelta, nei prodotti da boicottare. Attenzione però, perché prima di afre questa scelta, è giusto tener conto del fatto che il Giappone, nel periodo gennaio-settembre 2018, ha importato merce dall’Italia pari a 4.691,37 milioni di euro, praticamente il doppio di quanto ha esportato in Italia. Abbiamo spedito in Giappone soprattutto prodotti legati ai comparti del cuoio e della pelletteria, dell’abbigliamento e degli accessori in tessuto e a maglia, delle calzature, dei macchinari per l’industria, degli autoveicoli, dei prodotti chimici organici e dei beni agro-alimentari (vino, olio di oliva e prodotti dell’industria conserviera in particolare). Ecco, forse è questo il motivo per cui, difficilmente sceglieremo di difendere le balene. Intanto però, per stare tutti comodi, con la coscienza ambientalista, diciamolo che non è giusto dare la caccia alle balene. Insomma mostriamo ai giapponesi la nostra “moderata” indignazione. Non troppo, è chiaro; i giapponesi si sa’, sono molto attenti al rispetto delle regole e delle tradizioni.