Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Michel Petrucciani: l’uomo, il tempo, la musica

Eduardo Sineterra

Michel Petrucciani

“Se fossi uno standard jazz sarei ‘My foolish day'” M. P.

6 gennaio 1999, Manhattan (New York), nei pressi del Beth Israel Medical Center muore, in seguito a complicanze da polmonite, il trentaseienne pianista jazz Michel Petrucciani. Nato nel 1962 in Provenza (Orange), regione situa nel sud della Francia, da padre napoletano e madre francese, nella sua breve e frenetica vita non superò mai il metro di altezza, poiché affetto da osteogenesi imperfetta: sindrome genetica detta anche “la malattia delle ossa di vetro”. A cause delle precarie condizioni fisiche derivanti da questo status, tra rotture e deformazioni ossee, per molti anni fu costretto a casa, non potendo frequentare né la scuola né tutte quelle esperienze ludico-ginniche tipiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Pertanto,
caldeggiato da una dura educazione paterna, Antoine “Tony” Petrucciani, affermato chitarrista jazz, con il quale serberà un rapporto alquanto tormentato, la sua incondizionata vocazione circa il linguaggio musicale lo spronerà verso la cura ed il perfezionamento delle teorie e tecniche pianistiche, seguito dalla forza e dalla delicatezza della sua eterna giovinezza.
Letteralmente impastato di musica, le caleidoscopiche capacità del fine artista dapprima si librano sui Preludi, le Opere e i Movimenti dei più grandi autori classici del passato, da Bach a Mozart sino a Debussy; in seguito, volteggiano armoniosamente sulle scomposte improvvisazioni musicali degli archetipi del jazz, Oscar Peterson, Duke Ellington, Bill Evans, Art Tatum: uno di questi (Duke Ellington) incanterà il Petrucciani infante, un altro (Bill Evans) ecciterà il pianista in fieri nelle bramosie compositive (“Bill Evans é il mio eroe” dichiarerà in un’intervista).
Dalla seconda metà degli anni Settanta in poi, attraverso le nicchie jazzistiche francesi, l’indiscusso talento dell’enfant prodige non passò di certo inosservato e le pagine consacranti il suo genio, che seguirono, furono scritte: all’età di tredici anni, prima volta da professionista, collabora con Clark Terry, un trombettista del calibro di Dizzy Gillespie; a quindici anni suona insieme al batterista Kenny “Klook” Clarke; a Parigi, svezzato dal mondo familiare, il batterista Angelo Romano, lo introduce al nomadismo dei musicisti più affermati e al Paris Jazz Festival Petrucciani conquista la Francia ed i francesi. In seguito, grazie all’amico Tox Drohar, anch’egli batterista, il ventenne pianista valica l’Atlantico, alla conquista della patria del jazz, gli Stati Uniti d’America, approdando così a Big Sur (California) dove avvia un’imponente collaborazione artistica congiunta a Charles Lloyd: sassofonista molto acclamato che tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento aveva firmato collaborazioni con artisti del calibro di B.B. King, Ron Carter, Herbie Hancock, Keith Jarrett, Beach Boys, Doors. Il rapporto tra i due non si limitò di certo al mero contratto lavorativo: Lloyd, che a quei tempi vedeva lentamente scemare in sé la fiamma musicale, vide nell’avvento di quel piccolo pianista un segno della provvidenza e Petrucciani, altresì, solé riporre in lui la figura protettiva di un secondo padre, musicale-spirituale, che lo avrebbe accompagnato alla conquista dell’olimpo del jazz.
Dopo aver insieme circumnavigato il globo, la carriera di questo pianista senza età decollò verso le mecche del jazz newyorkese: primo europeo in scena al Blue Note (storico club della città) con la cui etichetta discografica, la Blue Note Records, firmerà uno storico contratto ed un memorabile live LP registrato al Village Vanguard nel 1984. Da questo momento in poi collaborerà con i più grandi musicisti del suo tempo da Joe Lovano a Jim Hall, da Stephane Grappelli a Wayne Shorter sino a Dizzy Gillespie; all’età di ventidue anni avrà già duettato con Freddie Hubbard, Buster Williams, Joe Henderson; insieme a Andy McKee e Andy Jones formerà the Shelly & The Nasty Boys e decreterà la personale ascesa musicale alla Grande Mela sfiorando le corde del suo piano tra l’Empire State Building ed il Chrysler Building, suonando letteralmente sul tetto di New York.
Rientrato in Francia agli inizi degli anni Novanta, insieme al produttore Francis Dreyfus ed alla sua etichetta discografica, la Dreyfus Jazz, l’acclamato pianista riuscì nell’annosa impresa di sdoganare il jazz dalle nicchie avanguardiste; testimoni di ciò furono: i più di centomila dischi venduti, i duecentoventi concerti svolti in un solo anno in giro per il mondo e l’indimenticabile performance dell’artista per il Papa e la curia romana al Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna del 1997 (il brano Little Peace in C for U fu suonato di fronte a circa quattrocentomila persone).
Oggi è sepolto a Parigi, al cimitero di Père-Lachaise, accanto alla tomba di Frédéric Chopin.

“Quando ero molto piccolo ho sempre avuto il complesso [del piano]. […] Quando apri il coperchio, ci sono i denti no?! Ho sempre avuto l’impressione che il pianoforte ridesse. Poco prima che io suonassi. E’ da quando sono piccolo che ho il complesso del piano che mi dice: ‘ah,ah,… Avanti! Dai! Prova a farmi suonare’. Da quando ero piccolo, ogni volta che apro questo affare, ci sono questi denti lì, con questo gran sorriso, davvero beffardo [che mi dicono]: ‘Avanti! Dai!'” M. P.

L’eredità artistica di Petrucciani consta di ben 17 album (cinque dei quali live) e 6 album postumi, oltre agli innumerevoli bootleg che circolano in rete. Dell’ essere un musicista jazz, vivere nel cuore del jazz, calcare il palco del Village Vanguard, ne fece la sua ambizione; la malattia, l’altezza, l’amore, le donne, le droghe, i premi, il sesso, la solitudine e la paura della morte saranno categorie subordinate a questa vocazione. Il suo corpo, derivante cataclisma di una malattia prorompente, ne fece un mostro, sacro in questo caso, da iscrivere tra le indiscusse autorità della storia del genere; canalizzata la sofferenza di un fisico mal rinnovato, ai più deforme, per altri eccezionalità, il suo tocco, la sua sensibilità patirono di unicità e, di conseguenza, quelle veementi dinamiche, impresse sui vertiginosi fraseggi infiniti, condussero al pianto il canto del suo piano. In scena, l’orgasmo interiore dell’artista vistosamente si palesa, caracollando su atmosfere girovaghe verso loci amoeni performanti.

“So di essere differente, ma non mi sento male o in colpa per questo, semplicemente sono come sono, non mi da alcun problema. Voglio dire, chi è l’handicappato? Tu o io? Chi lo sa? Tu hai dei problemi, io ho dei problemi. Tutto qui. Penso che la gente dovrebbe pensare di più a questo, piuttosto che a sentirsi in colpa per se stessi, dirsi: ‘Non sono come gli altri!’ Non sono come gli altri, lo so. Non voglio essere come gli altri. Suono un’altra musica e vivo in modo diverso. Mangio in modo diverso, dormo in modo diverso. Sono diverso e sto benissimo! […] Mi piacerebbe dirvi: ‘si, io soffro in modo strano. Ho parecchi problemi. Sono piccolo, sono handicappato, non mi si drizza, non ho una donna. Ho una vita molto difficile,la sofferenza, il dolore, è davvero difficile!’ Non è vero! Va tutto bene. Ho una vita assolutamente normale, con dei figli,ho delle donne, ho due appartamenti, vivo a New York, vivo a Parigi, sto un po’ dovunque. Ecco tutto!” M.P.

Dunque, della sua vita, Petrucciani ne fece un capolavoro! A discapito di se stesso , sacrificato letteralmente in tutto, percosse la vita così come il suo piano; visse le grandi storie d’amore viste solo nei film; ebbe dei figli e quattro compagne alle quali si dedicò con disarmante generosità (una di queste, Marie Laure Roperch, dichiarerà:”Michel non suonava uno strumento, era egli stesso uno strumento musicale”).
“Vita!”, dunque, fu l’imperativo petruccianiano. Quale, ora, sarà il vostro? E a quale prezzo? Quanto, chi o cosa sacrifichereste per il ritrovamento serafico di voi stessi?
Umani o sovraumani, son stati pochi, i maestri eletti “Classici” in vita. Petrucciani fu di certo uno di questi. Ancora non v’è testimonianza di un continuum ultraterreno ma la vita dell’artista ivi albergherà ancora, fin quando saranno memori i suoi lasciti.