Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Meglio giornali senza governo a un «governo senza giornali».

di Lorenzo Peluso.

Chiariamolo subito, questo giornale vive solo grazie al contributo di privati. Non percepisce un centesimo dei fondi dell’editoria, nonostante migliaia di persone ogni giorno lo scelgono per informarsi. Questo però non impedisce di analizzare nel dettaglio la miope visione di un governo che per ciò che ha mostrato, è assolutamente insostenibile. Insomma non è sopportabile ed accettabile che quel cosiddetto “governo del cambiamento”, come si autodefiniscono i grillini in fusione con i leghisti, abbiano con la legge di bilancio 2019, deciso di tagliare i fondi all’editoria.
Il taglio è graduale e si snoda e si articola progressivamente. I 59 milioni di euro contenuti nel “fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione” saranno azzerati tra il 2019 e il 2022. Il contributo diretto erogato a ciascuna impresa editrice, sarà ridotto nel 2019 del 20%; nel 2020 del 50% ; nel 2021 del 75% ;a decorrere dal 1 gennaio 2022 non si ha diritto ad alcuna provvidenza. Un taglio che produrrà inevitabili ripercussioni sul mondo dell’informazione, con licenziamenti di giornalisti e chiusura inevitabile di emittenti e quotidiani, soprattutto locali. Lo si può anche accettare, sia chiaro. Insomma, in un mercato dove tutto è in vendita, ogni prodotto, così come l’informazione, se non si ha la capacità di vendere, dunque di fare reddito, per la legge non scritta della concorrenza, quella però leale, alla pari, è giusto che si cambi mestiere. la questione però va analizzata da più punti di vista. Intanto la necessità di garantire il pluralismo dell’informazione. Lo stesso Capo dello Stato Mattarella in un recente intervento ha sottolineato l’importanza del pluralismo dell’informazione e della libertà di stampa. Difficile davvero garantirne la sostanza in queste circostanze. Ma la questione centrale è però altra. Se è vero ciò che ha sostenuto il vicepresidente del consiglio, Luigi Di Maio, ossia che il fondo per l’editoria non sarà cancellato ma che viceversa sarà invece indirizzato verso altri soggetti editoriali, pescati da una platea non ancora identificata, si evince che tutto sarà ad opinione discrezionale del Governo, insomma sarà chi governa a decide a chi vanno i fondi. Questo certamente non lo si potrà considerare pluralismo. Poi è chiaro che la definizione del giornalismo farà inevitabilmente il pari con il meretricio, è evidente.

Gli americani in questo, nonostante i loro tanti difetti, hanno avuto una linea guida di grande spessore. Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, alla fine del ’700 scrisse che preferiva «giornali senza governo» a un «governo senza giornali». Il tempo ha dimostrato quanto fosse vera quest’affermazione, in America, basti pensare a cosa la stampa riuscì a fare con lo scandalo Watergate che portò alle dimissioni del Presidente degli Stati Uniti Nixon. Poi, magari occorre ricordare a tutti, che anche i giornalisti, anche loro, a fine mese, necessitano di uno stipendio, insomma, anche loro hanno l’insana abitudine di mangiare, di pagare le bollette, di vivere, ecco. Quindi, è necessario che qualcuno garantisca loro, un giusto compenso, per quello che molti non riescono a comprendere è definito un lavoro. Di questi tempi, purtroppo, troppi che vivono di altro, che percepiscono stipendi e compensi, da tutt’altra provenienza, si definiscono e a loro volta, in modo assolutamente errato, vengono definiti giornalisti. Non me ne voglia nessuno, ma è necessario chiarire che, oltre a possedere la qualità di una penna sagace, è oltremodo necessario, per definirsi giornalisti, possedere un’altra caratteristica, ossia che questo sia un lavoro che ti consenta di vivere, dignitosamente. Si può mettere sullo stesso piano chi magari vive di stipendio, anche lauto, percepito da altro lavoro, magari un lavoro che ti consente anche di avere tempo, tanto tempo, con chi vive solo di questo lavoro, dello scrivere, del raccontare, dell’informare? Non è accettabile questo. Non per la definizione di giornalista, che tuttavia la si può anche sopportare, alla fine è la qualità della penna che fa la differenza, ma per la considerazione comune che questo alla fin fine non è un mestiere, ma piuttosto una passione, svolta oltre il proprio lavoro.

Ed infine, altra sottile ma sostanziale considerazione. Non sfugge a nessuno che, negli ultimi due anni, ed in modo più incisivo, negli ultimi sei mesi, i più attivi, quelli che martellano quotidianamente le mail dei giornalisti, a colpi di comunicati stampa, anche due, tre al giorno, sono proprio i  parlamentari, i consiglieri regionali, i portavoce, persino i consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle ed insieme a loro di quelli della Lega per Salvini. Insomma, personaggi politici o affini, che hanno compreso come e quanto sia importante comunicare, tutto ciò che fanno o che pensano di fare; ogni opinione, su tutto e tutti. Lo fanno perché, si aspettano che chi fa informazione, ne diffonda il pensiero attraverso le radio, sui quotidiani, sui giornali online, in tv. Lo fanno però dimenticando, evidentemente che sono loro, o chi per loro, che non vogliono più, per scelta politica evidentemente anche legittima, che la stampa sopravviva. Insomma i tagli all’editoria, se necessari, e certamente lo sono, meritano innanzitutto una rivisitazione qualitativa sulla redistribuzione di aiuti alla stampa, quella vera, quella che vive di giornalismo ed offre un servizio di informazione a tutti. Il criterio deve essere certamente quello, reale, della diffusione, anche sul web; ma certamente deve essere anche quello della natura stessa del network informativo. Giornalisti che facciano questo mestiere, che vivano di questo mestiere, solo di questo, con contratti di lavoro regolari, con stipendi regolari, che paghino le tasse dal reddito che scaturisce da questo mestiere. Poi se viceversa si decide che i giornali, le radio, le tv locali soprattutto, dovranno chiudere, bene. Allora smettete da adesso, da oggi, di inviare comunicati stampa, spesso inutili che servono solo ed esclusivamente a prepararvi per le prossime campagne elettorali.