Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’orologio dell’occidente ed il tempo degli afghani

di Lorenzo Peluso

Herat – Attraversare l’Afghanistan è davvero un’impresa; sono i C130 della U.S. Air Force ad assicurare gli spostamenti in lungo ed in largo in questo paese sconfinato. Lasciamo quindi Kabul alla volta di Herat, non prima però di essere passati per Mazar e Sharif. Scorrono i giorni, anche velocemente. Svegli all’alba; poi di corsa fino a sera, quando il sole diviene pallino e poi scompare dietro le alture sabbiose, cedendo il posto ad un tappeto immenso di stelle meravigliose. Occorre aspettare le 2 e 15 di notte per poter godere della Via Lattea. Uno spettacolo dove la mente e l’anima si perdono senza poter neppure più respirare. La base di Camp Arena brulica di uniformi, così ama definirle il Force Commander, il Generale italiano Francesco Bruno. “Uniformi, sì, perché qui nessuno è diverso dall’altro. Nessun militare lo è. L’unica cosa che cambia è la responsabilità” così mi dice il generale Bruno. Un uomo del Sud, siciliano. Adottato prima dalla meravigliosa Sardegna, poi dalla Puglia dove è al comando della Brigata Pinerolo, impegnata qui in Afghanistan. C’è da essere orgogliosi davvero di quello che fanno qui i militari italiani. E’ il “metodo italiano”, così mi piace definirlo, che qui ha prodotto i risultati migliori. Persino gli americani, insomma loro, provano a prendere lezione di advising dall’approccio italiano. Negli ultimi tre anni, da quando è terminata la missione ISAF ed ha preso vita Resolute Support, è cambiato radicalmente il compito e l’operatività delle forze in teatro. Quello che non è cambiato è di certo il modo in cui gli italiani, soprattutto loro, si rapportano con la popolazione locale. Da ottobre 2015, con l’inizio della missione Resolute Support, sono circa 13.100 i militari della coalizione in Afghanistan. Gli Stati Uniti d’America  hanno il maggior numero di militari schierati, poco meno di settemila, seguiti dal nostro Paese, l’Italia con  poco più di 900 soldati, almeno fino alla fine di quest’anno. Infatti è già stata annunciata una riduzione di almeno 100 unità a partire da gennaio 2019, ma questo lo si vedrà. Seguono la Germania, poco meno di mille, la Georgia, meno di 900, la Turchia, poco meno di 700. Il resto dei paesi si attesta sul centinaio, per singolo contingente. Il lavoro però qui non è affatto terminato. Se da un lato infatti l’attività di supporto e assistenza alle forze armate afghane sta producendo grandi risultati, dall’altro, secondo un recente rapporto Usa, il controllo delle autorità sul territorio afghano è al suo livello più basso degli ultimi tre anni. Purtroppo le forze di sicurezza governative stanno infatti subendo perdite record. Nonostante la strategia di alleggerimento, ben compresa dagli Stati Uniti, ha tentato ripetutamente di rilanciare colloqui diretti con i talebani, al punto che negli ultimi mesi si sono tenuti due incontri bilaterali in Qatar, l’ultimo il 12 ottobre scorso. I talebani però finora si sono sempre rifiutati di parlare con Kabul, sostenendo di essere il legittimo governo dell’Afghanistan, rovesciato dagli Stati Uniti 17 anni fa e chiedendo di negoziare direttamente con Washington. Un approccio nuovo sembra affacciarsi sul tavolo della diplomazia internazionale dopo che nelle ultime ore dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che si sta valutando seriamente un rinvio delle elezioni presidenziali di aprile, per consentire di aprire e magari consolidare un dialogo con i talebani. Dunque, come sempre, in Afghanistan tutto è mutevole. Questo però, va ricordato, che è il Paese dove il tempo non ha dimensione. Un proverbio afghano che usano spesso i locali quando incontrano la frenesia di noi occidentali è: “voi occidentali avete gli orologi, noi invece abbiamo il tempo”. Ecco, dunque occorre avere pazienza, perché qui, in Afghanistan, il nostro tempo, non ha alcun valore.