Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’oro dell’Afghanistan che arriva in Europa attraverso il Kosovo.

di Lorenzo Peluso

oppio afghano

Provate ad immaginare 201.000 ettari di coltivazioni lussureggianti. Una tavolozza di colori che dal verde vira al bianco. Si presentano così in questi giorni le regioni meridionali afghane di Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul e Daykundi. Migliaia di ettari coltivati a papaveri da oppio in Afghanistan. Numeri impressionati che nel 2016 hanno raggiunto un nuovo record con la produzione cresciuta del 43%, nonostante una campagna anti-droga delle agenzie statunitensi costata investimenti per 8,5 miliardi di dollari. L’Afghanistan produce oltre 5.000 tonnellate d’oppio l’anno, praticamente oltre il 10% della produzione mondiale. Una battaglia persa in partenza dagli USA che non riescono ad invertire la rotta in Afghanistan dove il valore potenziale lordo degli oppiacei, nel 2015, è stato di 1,56 miliardi di dollari,  equivalente al 7,4% del Prodotto interno lordo (Pil) dell’Afghanistan. In base ai dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) l’azione di sradicamento delle piantagioni di papavero da oppio, al minimo storico degli ultimi dieci anni, è stata “pressoché impercettibile” negli ultimi anni. Dunque è questo l’oro dell’Afghanistan. Dopo oltre 15 anni di presenza della coalizione internazionale e dopo una fase di stabilizzazione del paese, ora la ripresa del controllo di diverse aree del paese da parte delle forze talebane. La Nato quindi è costretta a valutare se rafforzare nuovamente la missione in Afghanistan, dove al momento può contare su circa 13mila uomini. Le forze ribelli talebane che controllano il commercio dell’oppio possono contare su introiti stratosferici che consentono una riorganizzazione delle forze anche dal punto di vista militare. Milioni di dollari, cifre ufficiali parlano di 10 miliardi all’anno, frutto della vendita di eroina che dall’Afghanistan arriva in Europa attraverso il Kosovo. la conferma arriva anche da fonti di intelligence russe che addirittura hanno tracciato collegamenti fra Bagram, l’aeroporto di Kabul e il Kosovo. I russi hanno accusato alcune  imprese di contractors  molto vicine ai servizi statunitensi che curano il traffico internazionale di droga. Intanto il deterioramento della situazione in Afghanistan costringe dunque la Nato ad un cambio di strategia. La decisione dovrebbe arrivare entro giugno. Allo studio un eventuale aumento delle truppe in termini di uomini  ma anche di mezzi ed anche un eventuale prolungamento della missione, che attualmente si rinnova annualmente. Il primo a lanciare l’allarme, lo scorso febbraio, era stato il generale John Nicholson, comandante delle forze americane e della Nato in Afghanistan. nel suo rapporto discusso al Pentagono aveva ammonito che le forze dell’Alleanza mancano di alcune migliaia di soldati e che le forze afghane sono in “una impasse” di fronte ai talebani. Non è da escludere quindi una cambio netto della missione Resolute Support, attualmente finalizzata all’addestramento dell’esercito locale contro i talebani. La fase combat dei militari Nato era ufficialmente terminata  a fine 2014. Da allora  circa 13.300 uomini, oltre la metà americani, restano in missione con solo compiti di formazione e addestramento delle truppe locali.