Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’Italia: un paese da rifondare.

di Lorenzo Peluso

Le contraddizioni del nostro paese sono oramai talmente tante che alla fine ci sfuggono persino, fino a quando non si ha modo di assaporare gli stili di vita di altri paesi. Non perché non ci rendiamo conto, quotidianamente, dell’enorme stato di difficoltà in cui versa il nostro sistema paese, ma piuttosto perché oramai noi stessi siamo assuefatti alla pochezza di contenuto in cui siamo costretti a vivere.
Sarebbe sin troppo facile formulare teorie e teoremi sulle varie e smisurate responsabilità della classe dirigente che siede ai posti di comando della nostra nave. Una nave che lenta ed inesorabile imbarca acqua dalle molteplici falle, quasi invisibili, che però contornano la chiglia della nostra malandata imbarcazione. A guardare bene i relitti delle tante motonavi che giungono nel canale di Sicilia, ogni giorno, con i loro carichi di umane speranze, si fa presto a fare il paragone con il nostro vecchio e glorioso veliero che non riesce più ad issare al vento i proprio fiocco. Un paese imbrigliato nelle proprie contraddizioni che non discute e non programma il proprio futuro. Ecco quello che appare della nostra amata Italia, se solo si varcano i confini nazionali. Un paese che in un vortice di pochezza culturale schiva ogni giorno l’appuntamento con le scelte decisive. Un lento ed altalenante ormeggio al porto del nulla. Ed è così che i nostri giovani non solo non hanno un ruolo sociale ma soprattutto gli è persino negata la possibilità di programmare il proprio avvenire. Ebbene si, perché in un paese dove la classe dirigente, perlopiù maschile, supera di molto i sessant’anni d’età, certo non trova e non può trovare spazio l’estro e la freschezza del mondo giovanile. Un paese dove si discute solo di giustizia, di corruzione, di calcio scommesse, del trasferimento dei centri decisionali da sud a nord, degli equilibri precari delle maggioranze politiche, è un paese che naturalmente non può essere un paese per i giovani. I giovani invece si incontrano, vivi e fieri della loro cultura, in altre realtà di questa vecchia Europa. In un mio recente viaggio tra l’Ungheria e la Romania, ho avuto modo di incontrare tanta gioventù; tanti giovani, molti provenienti proprio dall’Italia, impegnati nel portare il proprio contributo di idee e progetti in luoghi dove gli stessi sono accolti a braccia aperte. Ho incontrato Luca, un giovanissimo laureato in economia, proveniente dalla provincia di Oristano, nella bella Sardegna, che attualmente vive a Londra dove lavora per la Risk & Policy Analist Ltd. Un’azienda importantissima nel settore degli studi economici per gli investimenti della Comunità Europea. Luca, poco più che venticinquenne, insieme alla sua collega, la dottoressa Eszter kanton, una giovanissima ragazza ungherese, li ho incontrati a Timisoara, in Romania, dove sono impegnati nello studio delle esigenze finanziarie del settore calzaturiero. Un settore che presto riceverà enormi flussi di aiuti finanziari dalla UE. Insomma due giovanissimi cittadini europei che vivono a Londra e che girano l’Europa per fornire le loro consulenze ad aziende che a breve riceveranno aiuti economici e prospettive di crescita e sviluppo. In questo mio incontro vi sono le tante e disparate contraddizioni del nostro paese. Innanzitutto che le menti brillanti di nostri giovani trovano facile collocazione professionale, anche ad alti livelli, se solo trovano il coraggio di partire e di stabilirsi in altri paesi d’Europa. E poi, che gli stessi forniscono idee e brillanti progetti di crescita ad aziende straniere; per non parlare dell’attenzione che le istituzioni di Bruxelles riservano a chi opera in queste aree che purtroppo non sono in Italia. Basterebbe già solo questo per trarre delle ovvie conclusioni. Ma c’è di più. Spostandomi in Ungheria ho avuto la conferma di quando il nostro sia oramai un paese obsoleto ed avvitato su se stesso. Qui ho avuto modo di conoscere altri nostri connazionali, titolari di una bella realtà industriale delocalizzata da Milano. Attenzione ho detto Milano e non Palermo o Napoli o Roma. Ho detto Milano, la ricca ed industriale capitale finanziaria d’Europa, almeno credevo, sino a poco tempo fa. A Mezohegyes, nella zona sud dell’Ungheria, ho incontrato il titolare della General Zipp srl, una bella realtà industriale specializzata nella produzione di chiusure lampo, le famose zip, per grandi marchi di moda italiani e non solo che ha sede legale a Gallarate, in provincia di Milano. Una bella chiacchierata tra italiani che ha messo in luce aspetti ed evidenze che lasciano l’amaro in bocca. L’azienda da circa cinque anni ha delocalizzato il 70% della produzione in uno stabilimento che si trova proprio a Mezohegyes. Una realtà produttiva che ho avuto modo di visitare e che dà lavoro a circa settanta operai. Sin qui quasi nulla di strano se non fosse che lo stesso titolare mi ha confessato che entro la fine dell’anno anche la restante produzione effettuata in Italia sarà spostata qui, in terra straniera. Forse, ma è tutto da vedere, solo il management rimarrà ancora a Gallarate. Presto spiegate le motivazioni. Realizzare un nuovo stabilimento ed aumentare la produzione, qui in Ungheria, è sin troppo semplice. In meno di quaranta giorni acquisite tutte le autorizzazioni. E poi la manodopera, qui costa davvero poco nel confronto con l’Italia. Insomma dall’inizio del prossimo anno circa sessanta dipendenti italiani perderanno il posto di lavoro. Di contro altri settanta operai ungheresi troveranno un’occupazione. Troppa la burocrazia che uccide le imprese italiane. Troppe davvero le lungaggini amministrative e farraginose le procedure autorizzative per realizzare qualsivoglia crescita produttiva. Ecco dunque che cosa succede all’Italia che lavora. Un’Italia che si guarda intorno ed in virtù di un mercato sempre più globalizzato cerca e trova occasioni migliori per crescere e non scomparire. La domanda è d’obbligo: ma la classe dirigente italiana è consapevole di tutto ciò ? e se lo è per quale motivo non produce quel tanto annunciato snellimento delle procedure e la tanto annoverata defiscalizzazione delle imprese ? Domande alle quali è davvero difficile trovare risposte plausibili. Nel frattempo l’Italia che sogna e spera ha trovato il coraggio di dire no alle lobby del potere che provavano a convincere la nazione della bontà del nucleare e della necessità di affidare ai privati il prezioso bene dell’acqua. Uno scatto d’orgoglio di un popolo demotivato che nonostante tutto ancora spera in un’Italia da rifondare.