Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Lettere al direttore – Eran trecento eran giovani e forti. La storia da riscrivere.

di Vittorio Esposito, Sindaco di Sanza (SA).

Gentile direttore, le scrivo per condividere con lei alcune riflessioni in merito alla Spedizione di Sapri, che trovò il suo tragico epilogo a Sanza, nostra comunità. Lo faccio oggi, a ricordo dei fatti che si verificarono 161 anni or sono. La speranza è che si riapra un dibattito su quei giorni e su cosa accadde, facendo emergere una verità oggettiva che va ben oltre la suggestione.

Sanza è il luogo dove valorosi giovani italiani, 161 anni fa immolarono la propria vita credendo in un ideale di nazione che si rivelò non essere pronta, non essere matura nel riconoscere in senso di patria. La “Spigolatrice di Sapri”, la poesia di Luigi Mercantini che grazie alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere all’impresa un alone di misticismo laico teso per fini liberal-monarchici, a futura memoria segnò il fallimento della spedizione. “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”. Spesso il popolo di sanza è stato considerato, a torto, responsabile della fine di quel sogno. In realtà, io credo che i responsabili di quel fallimento, e di quella tragedia, che voglio ricordare si consumò nella giornata di ieri nel 1857 alle mura della Certosa a Padula, sono ben altri. Nel maggio del 1857 Mazzini, giunto in segreto a Genova, spinse cinicamente Carlo Pisacane a tentare uno sbarco in Calabria, assicurandogli che, con la sua sola presenza, si sarebbe scatenata la rivoluzione. La spedizione, era nota anche al Garibaldi, che rifiuta di parteciparvi, viene organizzata segretamente dal governo piemontese che mira a far divampare un’insurrezione nelle campagne del sud per sondare la reazione dello Stato delle Due Sicilie ad un’aggressione esterna.

La spedizione, già rinviata numerose volte, parte il 25 Maggio 1857. Pisacane s’imbarca come normale passeggero con altri ventiquattro compagni, tra i quali Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone (amico di Agesilao Milano, attentatore di Ferdinando II), sul piroscafo di linea Cagliari, diretto a Tunisi. Sul resto delle gesta, credo che tutti sappiate anche meglio di me, come andarono i fatti. Quello che la storia non ha raccontato nel modo giusto, e che oggi intendiamo riportare alla luce, è che non vi fu alcuna responsabilità da parte dei cittadini di Sanza nella morte dell’eroe Pisacane. Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sfuggito alla starge di ieri a Padula, quando giunse a sanza, non poteva non trovare un popolo di contadini ed allevatori che non fece altro che difendere le proprie case ed i propri averi, da quelli che erano considerati, per tutti, dei briganti, ladri ed assassini. Era questo il messaggio che era stato fatto circolare dagli emissari del regno ed era questo il messaggio che i prelati ed i notabili fecero credere ai cittadini di Sanza.

Quel che qui accadde, quella mattina del 2 luglio del 1857, dunque non fu altro che l’epilogo di una storia già scritta e segnata da un fallimento preannunciato. Le teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non sono non erano attecchite, ma anzi causarono sgomento e maggior timore. Dove i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria, trovarono gente inerme, che non conosceva neppure i principi fondanti di quel pensiero mazziniano che spinse Pisacane dell’impresa. Il 1°luglio, a Padula, Pisacane e i suoi sono circondati dalle truppe del regno,  dopo che già 25 di loro erano stati linciati dai contadini, vennero massacrati e coloro che si salvarono furono catturati e consegnati ai gendarmi. Pisacane fu finito a Sanza, questo è vero, dove perdette la vita in combattimento, mentre il Falcone si toglie la vita con un colpo di pistola, gli scampati furono incarcerati a Salerno per essere sottoposti ad un regolare processo. Tra questi Giovanni Nicotera, che una volta arrestato, rivela nomi e retroscena, verrà condannato a morte insieme ad altri catturati, che saranno però tutti graziati da Re Ferdinando II che al contrario di molti altri sovrani, tramutò le pene in ergastolo.

I responsabili di quel fallimento dunque, non possono non essere coloro che ne fomentarono l’impresa, troppo acerba per poter aver successo. Quel popolo, quello di Sanza, che per troppi anni ha pagato il ricordo di quel giorno, ha sempre vissuto questa vicenda come una pagina tragica e dolora della nostra storia. Oggi, riconosciamo, il valore di quegli uomini e delle loro gesta, riconosciamo però anche il ruolo di un popolo ingannato ed utilizzato. La storia ha scritto pagine dove non si è raccontata la verità dei fatti. Il dolore di Sanza per quella tragedia è e deve essere monito per tutti al fine di poter comprendere che solo la cultura, la conoscenza, l’informazione creano le condizioni per far si che valori ed ideali siano condivisi. Quella lezione, perché fu una lezione per Mazzini ed i movimenti risorgimentali dell’epoca, portò poi al successo unitario di Garibaldi. Il ricordo e le gesta di quegli uomini oggi sono patrimonio culturale della comunità di Sanza che ne sarà custode geloso, e ne farà per sempre la bandiera di un cambiamento culturale che deve proseguire nel tempo. Perché, come la storia insegna, c’è sempre un popolo da liberare, ci saranno sempre giovani valorosi da istruire, ci sarà sempre una terra da difendere, ed un futuro da costruire.