Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Lettera ad un padre. Le cose che non ti ho detto papà.

di Lorenzo Peluso.

Ho scritto migliaia di articoli. Ho scritto ed ho raccontato storie, persone, fatti, accadimenti. Ho provato  a raccontare ciò che ho visto e le sensazioni che ho provato, in giro per il mondo. Mi sono reso conto però di non aver mai scritto nulla a mio padre. Non ho mai scritto nulla per lui ed a lui. Non so neppure il perché. Qualche tempo fa, mi capitò di leggere le parole straordinarie che un mio carissimo amico, scrisse alla scomparsa del padre. Parole commoventi, vergate dal caro Gabriele Bojano a suo padre. Riflettevo sul fatto che forse neppure in voce, nei gesti e nei modi, ho mai raccontato a mio padre, l’ammirazione e l’amore che ho per lui. Incredibile, perché mai ? Come mai non riusciamo a parlare e raccontare ai padri? Siamo amorevoli e complici con le madri, sempre un po’ distanti con i padri. Eppure, in realtà non è davvero così. Non solo ne siamo orgogliosi, ma ci ispiriamo al loro agire, probabilmente in modo innato li imitiamo anche. Io poi, non posso non ricordare che per molti anni, incontrando persone, nei luoghi più disparati della comunità in cui vivo, non di rado mi sentivo chiamare Nicola, il nome di mio padre. Vorrà pur dire qualcosa questo. Insomma, mio padre. L’ho vissuto poco, davvero poco, nella fanciullezza e poi nell’adolescenza. Lui, un emigrante all’estero, figlio di quell’Italia postbellica, di quel sud avido di opportunità, non trovò altra strada per dare dignità a quella famiglia che aveva messo su poco più che ventenne, che andare all’estero. Erano altri tempi quelli. Gli inizi degli anni ’70. Il boom economico del Paese non era arrivato al Sud e mai lo avrebbe fatto. Di quegli anni, ricordo bene, la voce della vicina di casa, Lina. Sull’uscio di casa, la domenica sera, puntuale alle otto, chiamava: Gelsomina, vieni, c’è Nicola al telefono. Noi non avevamo il telefono in casa all’ora, era un lusso che non potevamo consentirci. Mia madre, lasciava ogni cosa, mi afferrava, mi prendeva in braccio e si precipitava giù per le scale, di corsa. La cornetta all’orecchio, io in braccio che fremevo per sentire la voce di mio padre. Passarono così quegli anni. Il Natale che aveva un solo significato: il ritorno a casa di mio padre, per qualche giorno. Così l’estate. Mi sono ritrovato adolescente riconoscendo in mio nonno, di cui porto il nome, il mio punto fermo. In quegli anni mio padre finalmente fece ritorno a casa. Impegnato nel realizzare il suo sogno di vita; nel dare dignità ed opportunità alla famiglia, era solito solo curarsi del mio profitto scolastico. Sembrava fosse l’unica cosa che gli interessasse davvero di me. Non mancavano gli scontri, quelli soliti di due generazioni diverse alimentati da usi e consuetudini che alla fine degli anni ’80 erano pretendevano molto altro rispetto a quel modello di vita improntata al sacrificio. Quella che aveva conosciuto quel giovane che intanto era adulto e di cui io conoscevo davvero poco. La giostra della vita, intanto continua a girare. Ci siamo ritrovati all’improvviso, io e lui, rispettivamente padre e nonno. Anche io probabilmente, così come lui, troppo presto. Da quel momento però forse la nostra vita insieme è cambiata in modo radicale. Quel mio essere padre,forse, mi faceva apparire agli occhi di mio padre, un uomo. Dunque papà, eccoci qua. Tu, settantenne; io alla soglia dei cinquanta. Insomma quante cose non ci siamo detti papà? Quante carezze non ci siamo dati? Quanti discorsi abbiamo interrotto nella convinzione di aver ragione sottovalutando il pensiero dell’altro? Insomma papà, ma come è stata veloce questa vita. Scrivo queste parole e penso a quanti, ora, ancora, giovani del Sud vivono la distanza dei propri cari. Padri, figli, fratelli che hanno lasciato il Sud, emigrati, ora come allora, alla ricerca di un futuro. Insomma, il tempo vola via veloce. Questo papà non me lo avevi detto, che sarebbe volata via così e che tutte le cose che non avremmo fatto allora poi un giorno le avremmo rimpiante. Perché non me lo avevi detto, papà? Però, sai papà, noi facciamo in tempo, possiamo ancora farcela. Ecco perché la sera, tutte le sere, al rientro da lavoro vengo da te. Vengo li, perché provo a recuperare pochi minuti al giorno, ma ogni giorno, tutto il tempo che ci siamo persi. Quel mio accarezzarti il viso è per tutte le carezze che non ho potuto darti e per tutte le volte che non mi hai tenuto in braccio, papà. Quel mio guardarti è per dirti grazie papà, grazie per tutto ciò che hai fatto per me, per noi. Che poi pensavo: che vuoi che siano settant’anni? Il bello viene ora. Ora che siamo adulti, che possiamo parlare di tutto e di più. Ora che mi puoi raccontare le favole che non mi hai letto da bambino e puoi trasformarle in storie di vita vissuta. Ecco, papà, ti ascolto. Ora però papà, promettimi che non mi lascerai mai più.