Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’espansione jihadista globale ed il rischio Sahel.

di Lorenzo Peluso.

Esiste un rischio concreto che la situazione nel Sahel stia sfuggendo di mano alle forze ONU. Lo scorso 14 aprile a Timbuctu, nel Mali, le basi dell’ONU e di Barkhane, contingente francese nel Sahel, sono state attaccate dalle forze neo-jihadiste attive in Africa occidentale. Un attacco mirato all’aeroporto di Timbuctu, che è zona militarizzata ed ospita il quartier generale della Minusma e di Barkhane in città. Un attacco durato oltre quattro ore con il lancio di undici granate di copertura e l’utilizzo di almeno due autobombe mascherate da veicoli ONU e FaMa (l’esercito del Mali) per aprire una breccia nel dispositivo di sicurezza dell’aeroporto. E’ seguito un assalto via terra di una cinquantina di uomini, molti indossavano cinture esplosive, camuffati da caschi blu. Un fatto nuovo, che deve imporre una riflessione seria sul cosa stia davvero accadendo in Mali, dopo più di cinque anni dal suo scoppio di un conflitto per troppo tempo sottovalutato. In un rapporto di inizio aprile dell’ONU si racconta di almeno 63 attacchi terroristici nei primi tre mesi del 2018 che hanno causato la morte di 45 soldati maliani. in cinque anni però, dall’estate 2013, ben 163 caschi blu ONU sono rimasti uccisi. ne consegue che la Minusma è certamente la missione più pericolosa della storia delle Nazioni Unite. A poco sono valsi tra l’altro, gli Accordi di pace firmati ad Algeri nel 2015 tra i ribelli indipendentisti tuareg ed il governo di Bamako. Ora più che mai in stallo assoluto la negoziazione e molteplici aree del paese non sono controllate dalle autorità di governo che nel frattempo guardano con preoccupazione alle prossime elezioni presidenziali del 29 luglio. Il contesto è molto complesso e le forze jihadiste dal nord del Mali hanno man mano spostato la loro azione verso il centro-sud. Il potere viene imposto con decine di esecuzioni sommarie di civili inermi. A pagare il maggior peso della violenza jihadista è soprattutto d’etnia peul. La verità però, è che la situazione è sfuggita di mano ai rappresentanti ONU che oramai fanno fatica a distinguere ed individuare i rappresentanti delle diverse sigle autonome e fondamentaliste che agiscono in Mali. A dettare le regole da oltre un anno è il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (GSIM), con a capo lo spietato terrorista Iyad Ag Ghali. A loro si devono le molteplici rivendicazioni  di stragi di civili e persino dell’attacco a Timbuctu dello scorso 14 aprile. In realtà, gli interessi del sodalizio jihadista va ben oltre il fondamentalismo islamico. I rapporti di intelligence raccontano di affari milionari che ruotano intorno al narcotraffico ed alla corruzione. L’influenza poi, di ciò che sta accadendo in Medio Oriente ha alimentato lo jihadismo africano controllato da Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che ha trovato convergenza anche con la recente nascita del cosiddetto Stato Islamico del Grande Sahara. Dal 2015  questo sedicente “governo ombra” gode di corpose risorse economiche che vengono investite per dare sostegno ad uomini in fuga dai teatri di Siria e Iraq che trovano nel Sahel terreno fertile per l’espansione jihadista globale. chi si è impantanato in questa situazione è certo il governo francese che spende oltre 600 milioni di euro l’anno per mantenere la missione militare. Un rischio che corre anche l’Italia che ha aderito alla missione in Niger. Lo stallo e l’imbarazzo diplomatico tra il nostro Paese e la diplomazia del Niger, risalente allo scorso gennaio, non cambia le carte in tavola. La missione, in preparazione da oltre un anno prevede un contingente di 470 soldati e 150 mezzi. Una missione di coalizione internazionale che potrà valersi di stanziamenti per 50 milioni di euro dall’Unione europea, 60 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 30 milioni dagli Emirati Arabi Uniti e 100 milioni dall’Arabia Saudita.