Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’edilizia è il settore che paga di più la crisi economica. Storia di un giovane imprenditore del Vallo di Diano.

di Lorenzo Peluso

Economia al macero. Potrebbe essere questo il titolo del de-profundis delle imprese e del commercio che da anni operano con difficoltà nel comprensorio Vallo di Diano.

Una emorragia continua di posti di lavoro a cui si aggiunge una gravosa mortalità delle imprese e del commercio. A segnare il passo, ancora una volta, sono le imprese del manifatturiero e dell’edilizia. Un mercato a dir poco fermo sta costringendo decine di attività edili a chiudere i battenti e mandare a casa quei pochi operai ancora in carico. Una situazione che, certo rispecchia l’andamento nazionale ma che, se possibile, in queste zone risulta ancora più pesante per la mancanza cronica di grandi investimenti e quindi di sviluppo urbanistico. Una situazione insostenibile che si aggrava ora dopo ora in seguito degli sviluppi gravosi che si stanno verificando per altri comparti e che pur incidono notevolmente sull’economia generale della zona. Basti pensare alle centinaia di famiglie degli operai delle Comunità Montane che dallo scorso primo ottobre sono stati licenziati. Il clima di incertezza e di preoccupazione certo non favorisce i pur esigui investimenti da parte di chi, pur tenendo qualche risparmio, potrebbe avviare qualche cantiere edile o di ristrutturazione di fabbricati. Ed è così che si verifica l’anomalia che in alcuni Comuni del comprensorio, a fronte di decine di Concessioni edilizie erogate dagli Uffici Tecnici, nessun cantiere ha iniziato i lavori. Questo sul lato edilizia privata. Sul fronte edilizia pubblica manco a parlarne. Non solo non vi sono investimenti in atto, ma non se ne intravedono neppure all’orizzonte. Insomma una situazione gravissima con ripercussioni economi che devastanti. “Quando ho ereditato l’impresa che mio padre con grandi sacrifici era riuscito a mettere su negli anni, oramai dieci anni fa, davamo lavoro a circa venti tra operai, capi mastro e manovali. Oggi insieme a me lavorano altre quattro maestranze; ma non ce la faccio più e sono costretto a licenziarne almeno due” ci dice addolorato un giovane imprenditore edile di Sanza, piccolo comune di poco meno di tremila anime ai piedi del Monte Cervato. Giuseppe, di cui per rispetto non faremo il cognome, trentacinque anni passati sempre in cantiere; prima al fianco del padre ora da circa dieci anni in prima persona a mandare avanti l’azienda di famiglia. Una realtà importante quella del giovane imprenditore, specializzata nell’edilizia privata, con esperti capi mastro in grado di realizzare opere in pietra a faccia vista, una delle caratteristiche costruttive ed architettoniche di rilievo dell’area cilentana. “A volte penso – continua ancora Giuseppe – che questi miei collaboratori, alcuni cinquantenni, con grande esperienza e maestria, sono depositari di un mestiere straordinario e di una esperienza assolutamente unica. Ma mi chiedo, in queste condizioni, chi di loro troverà ancora lavoro in questa zona dove il lavoro davvero non c’è più? A cinquant’anni, dopo che per una vita hanno lavorato prima con mio padre ed ora con me, facendo sacrifici insieme a noi per poter andare avanti, ora dove li mando? Questo è l’unico motivo per cui non ho già chiuso l’azienda lo scorso anno. Ma adesso, con la fine di questo anno assolutamente orribile, credo che la decisione sia non più rimandabile” aggiunge Giuseppe. La mia chiacchierata con Giuseppe continua. Ed è così che in uno sfogo di rabbia e preoccupazione capisco che la crisi reale di questo settore si è cominciata ad avvertire tre anni fa. Con sacrificio e soprattutto grande speranza che le cose potessero migliorare, chinando la testa, ha continuato ad andare avanti se pur con grande difficoltà. “Ora non ce la faccio più – aggiunge ancora Giuseppe – ho privato per tre anni me e la mia famiglia anche del necessario, pur di pagare sempre a fine mese gli stipendi ai miei operai. Adesso però non ce la faccio più” conclude quasi in lacrime il giovane imprenditore. Insomma una storia come tante. Una storia di disperazione e solitudine. Una storia di uomini e lavoro. Quel lavoro che qui manca sempre più.