Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’economia italiana oggi. Le Considerazioni del Governatore di banca d’Italia, Ignazio Visco.

redazione

Banca d’Italia ha presentato ieri  le due Relazioni sul bilancio e sull’analisi della gestione e delle attività della stessa Autorità, la prima pubblicata il 29 marzo, in occasione dell’Assemblea dei Partecipanti, la seconda diffusa ieri. Nell’occasione sono state diffuse anche le Considerazioni finali del Governatore, Ignazio Visco.

L’economia italiana è in recupero. La crescita del prodotto si è irrobustita lo scorso anno, portandosi all’1,5 per cento, più di quanto atteso dai principali previsori. È stata sospinta in misura ancora rilevante dalle politiche macroeconomiche, ma è in aumento la sua capacità di autosostenersi. La domanda ha riflesso il buon andamento dei consumi e soprattutto degli investimenti, aumentati del 3,8 per cento ma ancora lontani dai livelli precedenti la crisi. Il rafforzamento dell’accumulazione di capitale, mancata nei primi anni della fase espansiva, pone le basi per il
proseguimento della crescita. Gli investimenti in beni strumentali hanno beneficiato delle agevolazioni fiscali, degli incentivi per l’innovazione tecnologica, delle favorevoli condizioni di finanziamento e del progressivo
miglioramento della fiducia delle imprese sulle prospettive di domanda. Alla crescita dei consumi ha contribuito quella dell’occupazione, stimolata dalle misure di sostegno alla domanda di lavoro. Nonostante l’aumento
della partecipazione al lavoro indotto dal miglioramento delle prospettive di impiego, la disoccupazione è scesa dal picco di poco meno del 13 per cento nel 2014 a circa l’11. Le esportazioni si sono confermate un fattore trainante della crescita. Nel 2017 hanno registrato un’espansione del 5,4 per cento, superiore a quella degli altri principali paesi dell’area dell’euro. L’aumento si è consolidato nel corso del secondo semestre dell’anno nonostante il marcato apprezzamento del cambio occorso dalla primavera; è un segnale di recupero della capacità delle nostre imprese di competere sui mercati internazionali. Grazie soprattutto all’avanzo delle partite correnti, le passività nette dell’Italia sull’estero hanno continuato a diminuire, scendendo dal 23 per cento del prodotto nel 2013 a meno del 7; questo dato si confronta con una posizione attiva netta verso l’estero del 60 per cento in Germania e con una passiva del 20 per cento in Francia e dell’80 in Spagna. L’espansione dell’attività produttiva ha riguardato pressoché tutti i settori
dell’economia: il valore aggiunto ha accelerato nella manifattura e nei servizi e ha segnato il primo incremento significativo dal 2006 nelle costruzioni. È stata accompagnata da una ripresa della domanda di prestiti sostenuta dai
bassi tassi di interesse; le condizioni di accesso al credito sono migliorate, anche se persistono difficoltà per le imprese di minori dimensioni e per quelle delle costruzioni, ancora caratterizzate da una maggiore rischiosità.
Nella media del 2017 l’inflazione al consumo è tornata positiva, all’1,3 per cento, ma si è indebolita nei primi mesi di quest’anno; la componente di fondo si mantiene al di sotto dell’1 per cento dallo scorso autunno. La dinamica
dei salari è sostanzialmente in linea con quella, modesta, della produttività. Le imprese italiane hanno conservato i guadagni di competitività conseguiti negli ultimi anni. Nei primi mesi del 2018 si sono osservati anche in Italia alcuni segnali di rallentamento dell’attività manifatturiera e un lieve calo degli indici di fiducia delle imprese. Nell’opinione prevalente si tratta di un indebolimento temporaneo; la produzione industriale avrebbe parzialmente recuperato da marzo. Uno scenario di crescita moderata e di inflazione in graduale aumento resta il più probabile; i rischi al ribasso sono però aumentati, anche in relazione agli sviluppi del quadro internazionale. Preservare la fiducia delle famiglie, delle imprese e degli investitori è condizione necessaria per il proseguimento della crescita dell’economia. Gli effetti di una politica monetaria meno espansiva sarebbero contenuti anche grazie al basso indebitamento delle famiglie e alla riduzione di quello delle imprese, alla limitata esposizione degli intermediari finanziari alle conseguenze di un aumento dei tassi, all’elevata vita media residua del debito pubblico, oggi
superiore a sette anni. Ma è cruciale che le condizioni sui mercati finanziari si mantengano favorevoli.