Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Le lacrime di padre Mariano. Un francescano ad Herat.

di Lorenzo Peluso, inviato in Afghanistan - foto con diritto di copyright ©

Herat – In realtà è l’emblema di una nuova Chiesa; probabilmente ancor prima che Francesco salisse al soglio pontificio. Lui, un francescano, sardo, testardo ed irriverente. Un sardo. Incontro padre Mariano per caso. Lo confesso, non era un incontro programmato. Lui parla, racconta. Si commuove.

Gli occhi lucidi; rossi. Le lacrime solcano il suo viso. E’ Nassirya il suo tormento. Oggi padre Mariano Asunis, cappellano militare, è in Afghanistan, dai militari italiani del Regional Command West, il comando Isaf a guida italiana su base Brigata "Sassari". Ma la sua storia personale è profonda. La sua prima missione fu l’Albania nel 1997, poi Sarajevo, il Kosovo, la Macedonia, l’Iraq, il Kosovo, l’Afghanistan nel 2009. Ora, ancora l’Afghanistan. Ne conserva di ricordi padre Mariano. Le storie di uomini, di famiglie, di giovani, di salme e di funerali di Stato. Di viaggi nelle stive dei C 130 con a bordo il loro carico di sangue versato; per la libertà e per la Patria. Mi commuove padre Mariano; mi affascina. “Sono i volti che restano nel cuore. I volti di quei ragazzi che ora non ci sono più. I volti di quelle mamme che hanno accolto i feretri dei loro figli, avvolti nel tricolore”. Parla e piange padre Mariano. Lo confesso. Non avevo mai visto un prete, un frate, piangere. “Lei mi chiede cos’è la fede? La fede. Qua siamo già lontani dalla fede. In queste situazioni la fede può solo crescere, espandersi, allargare il cuore – aggiunge padre Mariano – ricordo la fede che aveva un giovane militare calabrese. Ricordo la sua voglia di vivere, di fare del bene; di tornare a casa. Ho visto morire quel giovane. Ho visto le lacrime di sua madre. Vien da chiedersi, Signore ma perché? La risposta non la si trova nel giudicare. Lui, Lui, sa bene cosa siamo. Lui conosce l’intimo dell’uomo. Conosce la nostra strada. L’uomo ha bisogno di Dio – afferma padre Mariano – l’uomo è fatto di piccole grandi cose; è il Signore che da la luce alla nostra vita”. Padre Mariano ricorda la strage di Nassirya; piange. “La vita finisce in un attimo. Un attimo, si cancellano 19 vite. La loro gioventù ed i loro sogni e poi, un attimo è arriva il tragico vuoto della morte. Il dolore delle famiglie che si fonde nel dolore e la rabbia della grande famiglia che è il nostro Paese. Ma queste morti non sono inutili. Il sangue versato è un seme. Un seme che nel tempo germoglia la pace. Occorre solo ricordare, sempre, il sacrificio di questi nostri fratelli; ecco. Mai dimenticare. Anche la sabbia e la terra arida dell’Afghanistan ha conosciuto il sacrificio di 53 nostri valorosi uomini. Il popolo afghano non dimentica. Occorre che neppure noi italiani, spesso poco attenti e rispettosi dei nostri giovani che onorano il Tricolore, dimentichiamo. Non dobbiamo dimenticare. E’ questo il senso della vita che rinasce dalla morte”. Ascolto, in silenzio. Non riesco neppure ad interrompere le parole di padre Mariano. Ecco, ora mi è tutto più chiaro. Ora capisco ed accetto. I nostri ragazzi sono operatori di pace. I morti di Nassirya, i morti in Afghanistan sono forse soldati di Dio? “Glielo garantisco” sussurra padre Mariano. Mi alzo, gli vado incontro; lo abbraccio. A presto padre Mariano; Ajò.