Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’altra faccia dell’Europa. L’Italia contributore per 38,6 miliardi tra il 2009 e il 2015

redazione

All’indomani della celebrazione a Roma dei Trattati europei e dopo che il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha criticato i Paesi del sud per aver sprecato i loro soldi (elogiando al contempo la solidarietà e il rigore dimostrato durante la crisi dalle nazioni nord europee), il Centro studi ImpresaLavoro ha analizzato a fondo la dinamica dei rapporti finanziari tra Italia e Unione Europea, provando a fare un bilancio tra quanto versiamo ogni anno a Bruxelles per il funzionamento dell’Unione e quanto riceviamo dall’Europa sotto forma di trasferimenti e contributi. Lo studio evidenzia come il saldo, nonostante le parole poco generose di Dijsselbloem, sia fortemente negativo per il nostro Paese. Negli ultimi sette anni abbiamo infatti versato nelle casse di Bruxelles 111 miliardi di euro, ricevendone indietro circa 73: siamo quindi contributori netti dell’Unione per ben 38,6 miliardi di euro. Se ci limitiamo ai soli saldi finanziari, abbiamo insomma pagato circa 5,5 miliardi di euro all’anno per rimanere nell’Unione. L’Italia non è l’unico contributore netto dell’Unione ma rimane comunque il quarto Paese per contribuzione netta in valore assoluto. Siamo in compagnia di grandi economie continentali come Germania, Regno Unito e Francia. Sono invece percettori netti, cioè ricevono da Bruxelles più di quanto versano, tutti i Paesi entrati nell’Unione in seguito all’allargamento a est e alcuni membri storici come la Spagna (14 miliardi in sette anni), il Portogallo (20 miliardi) e la Grecia (30 miliardi). Sui conti pesa anche l’incognita della Brexit: negli ultimi sette anni il Regno Unito è stato infatti contribuente netto dell’Unione per ben 54 miliardi di euro. Una cifra che rischia ora di essere ripartita tra gli altri contributori netti, Italia compresa, allargando ancora di più il divario tra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dall’Europa. Per Massimo Blasoni, imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro, “è chiaro che i flussi finanziari non sono tutto e che la mera aritmetica tra quanto versiamo e quanto riceviamo da Bruxelles non garantisce un quadro completo della nostra partecipazione al programma di integrazione europea. Però quei numeri dicono comunque molto sul ruolo che abbiamo e su quello che dovremmo avere. Sediamo nei consessi europei con la timidezza dello scolaro che non ha fatto i compiti per casa quando invece dell’Unione siamo un pilastro irrinunciabile, oltre che un Paese fondatore. L’andamento della nostra economia negli anni dell’euro è stato sempre peggiore della media dei nostri partner continentali, eppure il nostro Paese non si è sottratto ai suoi compiti. Ha versato nelle casse dell’Unione più di quanto abbia ricevuto in cambio, ha partecipato a strumenti di stabilità finanziaria di cui non ha mai usufruito, ha pagato con l’instabilità politica interna e un’endemica debolezza economica la sua partecipazione a mercato e moneta unica. La posizione di contributori netti dovrebbe garantirci maggiore autorevolezza nella trattativa con gli altri Paesi: un vantaggio sprecato in questi anni dalla debolezza dei nostri governi”.