Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

L’Afghanistan in mano ai contractors.

di Lorenzo Peluso.

Un passo indietro, di almeno cinque anni. Ad oggi è chiaro, il processo di stabilizzazione dell’Afghanistan è fallito; se non lo è del tutto, siamo a buon punto. Il trasferimento di responsabilità da parte delle forze della coalizione internazionale alle forze di sicurezza afghane, nonostante siano state addestrate dai militari della coalizione, si è rivelato un flop. In realtà però, era quasi scontato. Ad oggi  l’avanzata dei Talebani in tutto l’Afghanistan sembra inarrestabile. Dal dicembre 2013, passo dopo passo, iniziando dai villaggi più remoti nel sud est del Paese, si è giunti alla conquista addirittura di città come Ghazni ritornata in mani talebane, se pur pochi giorni fa è stata parzialmente riconquistata dalle forze afghane, ma con un tributo di sangue elevatissimo. La comunità internazionale, in verità, sta sottovalutando ciò che sta accadendo nel paese. Chi dovrebbe agire e non lo fa, più di tutti, sono gli Stati Uniti. Il grande sconfitto infatti, dopo 17 anni di guerra e migliaia di marines lasciati sul campo, è l’America. L’invasione del paese, dopo i tragici fatti dell’11 settembre del 2001, con l’annuncio della “guerra globale al terrorismo” oltre ad aver avuto un costo di migliaia di milioni di dollari, e miglia di morti, è di fatto risultato essere un grande fallimento. Oggi, nel paese al Qaeda gode di ottima salute e si stima che vi siano almeno 30.000 appartenenti ad Isis. In realtà, la voce dei generali americani sul campo, per anni è rimasta inascoltata. Ad Obama prima, a Trump poi, da tempo si sta chiedendo l’aumento del dispiegamento e soprattutto meno restrizioni sulle operazioni militari. Lo stesso Trump ad inizio del suo mandato aveva preannunciato un innalzamento dell’impegno militare nel paese  con almeno altri 6000 uomini. Ma ad oggi, poco o nulla è cambiato anzi, sembra sempre più evidente che il Pentagono non abbia neppure un piano di sviluppo della missione; verrebbe da pensare viceversa che ci sia la volontà di un ritiro totale del contingente, esausto e sfibrato dopo interminabili diciassette anni di guerra. Qui però prende campo la strategia geopolitica sullo scacchiere globale. Davvero gli americani possono rinunciare ad avere una enclave USA nel cuore dell’Asia? Insomma un’area dove si può controllare e minacciare, all’occorrenza, il vicino Iran, la stessa Russia e poi la Cina e l’India. L’Afghanistan può davvero essere lasciato alla deriva di una sicura ed immediata nuova invasione della Russia? E poi, se il nemico giurato dell’occidente è davvero l’Islam, si può consentire che le due organizzazioni terroristiche, al Qaeda  ed Isis si uniscano e si potenzino? Risulta evidente che ora, più che mai, occorre una nuova strategia da parte della coalizione internazionale, magari non dettata più dai soli americani, che troppi errori hanno commesso in Afghanistan, ma concertata con i vertici di contingenti che meglio hanno interagito nel paese in questi diciassette anni. Primi tra tutti, questo è chiaro, lo dimostra l’ottimo lavoro svolto sul campo, il contingente italiano. Gli italiani prima degli altri, hanno ben compreso come la guerra al terrorismo, quello invisibile, quello radicato nei villaggi e tra la gente comune, non la si può vincere con le grandi manovre militari, con l’esposizione muscolare di un esercito preparatissimo, armato con alte tecnologie, pronto fronteggiare sul campo un altro esercito. Un esercito però che non esiste, che non si vede, se pur composto da migliaia di soldati invisibili. Qui forse, l’errore degli americani in Afghanistan. L’approccio italiano viceversa ha basato la sua azione dirompente fondamentalmente sull’impiego dell’intelligence, il supporto alla popolazione, dunque il controllo del territorio. Il lavoro straordinario delle cellule CIMIC del contingente italiano, di base ad Herat, ha consentito di poter creare una rete di relazioni umane, innanzitutto, che hanno certamente limitato le perdite, se pur 57 militari italiani caduti, non sono poche, ma nulla rispetto alle miglia di marines che hanno trovato la morte in Afghanistan. Gli stessi americani hanno poi tentato un cambio di passo quando, coscienti dell’elevato numero di perdite di soldati regolari, hanno aperto le porte ai contractors. Oggi, secondo fonti militari, in Afghanistan in modo più o meno regolare, operano contractors in numero doppio rispetto ai militari regolari schierati. Dunque, un esercito regolare, quello della coalizione internazionale, un esercito quasi invisibile, quelli di contractors che hanno come solo scopo, il compenso, anche elevato, che gli viene erogato. Vien quasi normale pensare che, in un paese che è il maggiore produttore al mondo di oppio, magari si possano celare altri interessi, che vanno ben oltre la necessaria attività di stabilizzazione del paese. Ma questa è una supposizione, forse.