Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La verità da scoprire. La morte di un Capitano a Kabul

di Lorenzo Peluso.

Un colpo di pistola alla testa. «Suicidio», dissero sulla fine di Marco Callegaro, il soldato italiano trovato morto la notte tra il 24 e il 25 luglio del 2010, all’interno del suo ufficio nell’aeroporto di Kabul, in Afganistan. «Impossibile, mio figlio non si sarebbe mai ammazzato», ha sempre sostenuto il papà Marino. L’ufficiale italiano aveva 37 anni quando morì. Sposato e padre di due bambini. A novembre scorso la Procura militare di Roma ha chiuso l’inchiesta che vede indagati sei ufficiali con l’accusa di truffa militare aggravata. L’inchiesta è legata al noleggio di mezzi con blindatura minore di quella prevista. «La famiglia vuole sapere cosa accadde negli ultimi quattro giorni di vita al capitano, militare di valore e uomo integerrimo», dice l‘avvocato Andrea Speranzoni della famiglia Callegaro. «Sappiamo che Callegaro era giunto ad Herat in Afghanistan il giorno precedente, atterrando a Kabul il giorno 18. Alcune pagine della sua agenda risultano inspiegabilmente strappate». E poi ci sarebbero alcune mail inviate in Italia da Kabul e poi sparite. Callegaro «era un professionista di primo piano – aggiunge Speranzoni – dotato di una formazione militare e contabile alte ed eccellenti, con un profilo psicologico e personale forte e vagliato costantemente anche dall’autorità medica militare. Proprio queste sue competenze professionali e questa sua forza morale a cui non è mai stato disgiunto un profondo senso di umanità avevano fatto sì che in un teatro operativo così delicato come quello afghano egli avesse la gestione amministrativa di tutto il contingente italiano presente a Kabul, più di 200 persone». Inoltre, il giorno 19 ci fu un «importante appuntamento che richiese uno sforzo importante anche in materia di sicurezza, la Kabul Conference –  ricostruisce l’avvocato –  Sappiamo, grazie all’investigazione della Procura Militare anche che, contrariamente ai rumors della prima ora, le sue relazioni familiari con moglie e figli erano felici e proiettate nel futuro e che dopo poche settimane sarebbe rientrato in Italia. Qualcosa accadde al suo ritorno nel teatro delle operazioni. Qualcosa che lo indusse a ritenere di dover comunicare con amici mediante posta elettronica inviando documenti di lavoro riservati». Insomma tocca alla Procura della Repubblica di Roma approfondire quel che accadde tra il 18 e il 24 luglio 2010.