Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La travagliata storia moderna del Kosovo.

di Michael L. Giffoni.

L’ultimo, e il più clamoroso, colpo di scena è arrivato il 24 giugno, con un breve e inatteso comunicato del Tribunale Speciale per il Kosovo (KSC-Kosovo Specialist Chambers) con sede all’Aja che annuncia che i pubblici ministeri hanno emesso un atto di accusa nei confronti del Presidente della Repubblica del Kosovo Hashim Thaci per presunti crimini di guerra e contro l’umanità in relazione al conflitto contro la Serbia alla fine degli anni ‘90. La nota aggiunge che Thaci è accusato insieme ad altri 9 ex comandanti dell’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo, tra i quali anche l’ex speaker del Parlamento di Pristina, Kadri Veseli, di una serie di crimini che variano dall’omicidio e dalla sparizione forzata di persone a persecuzioni e torture. Il giudice preliminare esaminerà ora le accuse per decidere se confermarle, ma è significativo che la Corte abbia dichiarato di aver ritenuto necessario rendere note pubblicamente tali accuse, pur se allo stato attuale solo sospetti, perché Thaci e Veseli avrebbero tentato di bloccare e minare il lavoro di indagine con una vera e propria “campagna segreta”. Il clamoroso annuncio, che ha fatto saltare l’incontro alla Casa Bianca tra lo stesso Thaci e il suo omologo serbo Aleksandar vucic, è l’ultimo di una serie di sviluppi politici e diplomatici che hanno reso il Kosovo ai tempi del Coronavirus uno dei più turbolenti scenari geo-politici, al di là dalla lotta alla pandemia. Al 24 giugno, infatti, i dati sulla diffusione del COVID-19 nel più giovane degli stati post-jugoslavi, risultano essere i seguenti: 2169 casi di contagio e 37 vittime accertate. Sono cifre in linea con l’andamento generale della pandemia nei paesi dei Balcani Occidentali. La Commissione Europea ha potuto pertanto proporre agli stati membri dell’UE di riaprire le frontiere esterne dell’Unione ai cittadini di tali paesi dall’ 1 luglio, nel caso i numeri del contagio non subiscano rilevanti variazioni al rialzo. Per quanto riguarda invece le conseguenze sul piano politico e istituzionale, appartiene al Kosovo un dato caratteristico esclusivo, almeno in Europa, essendo l’unico paese ad aver fatto registrare in piena pandemia una crisi di governo vera e propria e un cambio di esecutivo senza lo svolgimento di elezioni. Solo tenendo presenti le complesse dinamiche della politica balcanica e kosovara si può infatti comprendere il senso del titolo apparso in prima pagina su un quotidiano locale qualche settimana fa: “A Pristina anche la Speranza è morta di coronavirus”, che altrimenti potrebbe sembrare una bizzarria di un redattore in preda a deliri apocalittici.“Speranza” (“Hope”) era infatti la denominazione scelta (per dichiarata suggestione dal movimento che accompagnò l’ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca) dalla inedita coalizione formata dal partito radical-nazionalista “Vetevendosje” e da quello post-rugoviano LDK per dar vita ai primi di febbraio al “governo del cambiamento” guidato da Albin Kurti e tentare d’imprimere una svolta decisiva al tormentato percorso di consolidamento istituzionale e sviluppo sociale ed economico iniziato nel 2008 con la proclamazione dell’indipendenza, riconosciuta finora da circa 110 paesi delle Nazioni Unite, tra i quali gli Stati Uniti e 22 Paesi dell’UE e contestata dalla Serbia e dai suoi maggiori sponsors, la Russia e la Cina.

Molte e forti aspettative aveva sollevato la nascita del governo di Kurti, leader dalla complessa personalità e dal percorso politico tortuoso ma di indubbio carisma e notevole seguito popolare, un esecutivo composto in maggioranza da giovani e con molte donne al suo interno, sorretto da una coalizione abbastanza solida (espressione dei due partiti più votati alle elezioni dello scorso ottobre) che escludeva, per la prima volta nella ventennale storia politica del Kosovo post-bellico, i “guns’ parties”, vale a dire i partiti nati su iniziativa dei quadri dell’UCK. Tale governo è durato appena 45 giorni: in piena crisi epidemica, il 25 marzo il Parlamento di Pristina ne ha decretato la fine, approvando una mozione di sfiducia presentata dall’LDK, che ha pertanto effettuato quello che in Italia si definirebbe un “ribaltone” in piena regola. Se i post-rugoviani sono stati gli esecutori dell’operazione, il regista è stato il presidente Thaci, acerrimo rivale di Kurti, che ha avuto un ruolo centrale anche nella gestione della crisi, condotta tra i due sul piano epistolare senza mai incontrarsi di persona e che ha avuto il suo momento culminante e risolutivo nel parere della Corte Costituzionale che ha consentito a Thaci di evitare lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di nuove elezioni e di assegnare l’incarico di formare un nuovo esecutivo a un esponente dell’LDK e non di Vetevendosje (pur essendo quest’ultimo il partito di maggioranza relativa), doppia manovra che Kurti, smentito dalla suprema corte, ha contestato invano ritenendola contraria alla Costituzione e alla prassi. Il fatto è che in quel mese e mezzo molto è successo a livello politico e diplomatico e la pandemia si è allargata ai Balcani, introducendo a Pristina un altro terreno di scontro: quando il primo ministro ha infatti cominciato a disporre le misure restrittive di contenimento del contagio, il presidente le ha dichiarate incostituzionali, proponendo poi, con il sostegno del ministro dell’Interno, lo stato d’emergenza, e tentando di assumere competenze proprie del governo. A quel punto non c’era più alcuno spazio per una “coabitazione” tra i due, i quali hanno lasciato del tutto inascoltati gli appelli a mostrare responsabilità istituzionale e unità nazionale di fronte all’emergenza pandemica, timidamente giunti da Bruxelles e (significativamente) non da Washington. Al di là del motivo contingente del conflitto di competenze sulla gestione dell’emergenza sanitaria, è risultato evidente che la scossa sotterranea ma potentissima a causa del terremoto politico andava rintracciata in una aperta competizione internazionale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti nella facilitazione del dialogo tra Belgrado e Pristina. Questo esercizio, definito dall’intera comunità internazionale come essenziale per la stabilità e la prospettiva europea non solo di Serbia e Kosovo ma dell’intera regione balcanica, di fatto si è trascinato per un decennio, dopo il promettente avvio con la mediazione dell’allora Alto Rappresentante UE Catherine Ashton, come un paradigma esemplare di “dialogo tra sordi” e sembrava giunto al capolinea nel 2018 quando, per replicare all’offensiva diplomatica serba contro l’adesione del Kosovo all’Interpol, l’allora premier kosovaro Ramush Haradinaj aveva decretato l’imposizione di un dazio del 100% per tutte le merci provenienti dalla Serbia. È stato proprio il rinnovato attivismo diplomatico degli Stati Uniti nell’area, pur riconducibile solo alla spasmodica ricerca da parte del presidente Donald Trump di un successo personale sulla scena internazionale in vista delle elezioni presidenziali, a farlo resuscitare: Richard Grenell, ambasciatore a Berlino e fidatissimo consigliere di “The Donald”, nominato “Inviato Speciale per il dialogo tra Serbia e Kosovo”, è entrato prepotentemente in scena sollecitando (a colpi di tweet quotidiani) sia Pristina ad abolire il dazio della discordia sia entrambe le capitali a riprendere senza indugi il dialogo con l’obiettivo di raggiungere un “accordo definitivo” entro novembre 2020. Da tali pressioni, più che un ordinato “pre-dialogo”, è partito però un dissonante concerto tra le varie individualità coinvolte e tra gli stessi mediatori internazionali. In primo luogo, Kurti ha annunciato una revoca solo parziale e graduale delle misure tariffarie, scontentando praticamente tutti, finanche i suoi alleati nella coalizione, che hanno incluso tale punto tra le motivazioni alla base della mozione di sfiducia. A sua volta Thaci ha cercato di accreditarsi come unico legittimo titolare del mandato di negoziare con Belgrado, recandosi anche a Washington per ribadire la sua piena lealtà all’alleato americano. Quest’ultima circostanza ha contribuito a destare voci insistenti sulla presunta firma proprio alla Casa Bianca, da parte sua e di Vucic (che “casualmente” si trovava in visita a Washington negli stessi giorni), di un accordo segreto con il famigerato “scambio di territori” (il “land swap” tra il Nord del Kosovo e la Valle del Presevo, dalla maggioranza degli osservatori considerato un rimedio peggiore del male) come presupposto del reciproco riconoscimento. Pur smentita vigorosamente da tutti i presunti firmatari e mediatori, l’evocazione di tale accordo segreto ha suscitato un enorme polverone. Intanto, a Bruxelles, l’Unione Europea tentava di rientrare in gioco ma, sempre più in preda alla semi-paralisi da crisi d’identità interna e mancanza di visione esterna che l’attanagliano da almeno un lustro, impiegava mesi per approvare la proposta dell’Alto Rappresentante Josep Borrell di nominare un Rappresentante Speciale per il Dialogo tra Serbia e Kosovo nella persona dell’ex ministro degli Esteri slovacco Miroslav Lajcak, che, nonostante la solida e provata competenza euro-balcanica, ha il peccato originale di provenire da uno dei cinque paesi dell’UE che non riconoscono il Kosovo, come la Spagna di Borrell. Anche a causa dei malumori a Pristina, Lajcak ha iniziato tardi il proprio mandato e con la strada già in salita, dovendo anche prendere le distanze da dichiarazioni di Borrell e altri rappresentanti europei sembrate un’apertura all’ipotesi dello scambio di territori, pur formulate in termini di “ridefinizione delle frontiere” (border corrections). Ad ogni modo, è sembrato chiaro che ormai esistono due distinti processi di dialogo, o almeno due approcci diversi e contrapposti alla mediazione: quello americano, preciso e massimalista negli obiettivi immediati ma sbrigativo nei metodi e potenzialmente rischioso per le conseguenze regionali, e quello europeo, vago e incerto negli obiettivi, ponderato e prudente nei modi ma poco incisivo già alla partenza.

In questo confuso quadro generale siamo quindi giunti al 3 giugno. In tale data, il Parlamento di Pristina ha votato la fiducia al nuovo esecutivo guidato da Avdullah Hoti, un professore di economia formatosi nel Regno Unito, già ministro delle Finanze dal 2014 al 2017, con alle spalle una rapida carriera di partito all’interno dell’LDK di Isa Mustafa. Il nuovo governo, che dispone di una minima maggioranza parlamentare (61 parlamentari su 120), è composto dall’LDK, dall’AAK di Haradinaj e da alcuni partiti minori, tra i quali NISMA di Fatmir Limaj (altro ex comandante dell’UCK) e la Lista Serba, principale partito della minoranza serbo-kosovara, controllato da Belgrado. Presentando il programma in Parlamento, Hoti ha elencato tre priorità di azione: la lotta alla pandemia e il superamento della crisi sanitaria; la ripresa economica dopo l’ulteriore crisi causata dalle conseguenze del Covid19; la ripartenza del dialogo con Belgrado nel rispetto dell’integrità territoriale e dei principi costituzionali e con il sostegno sia degli Stati Uniti sia dell’UE. Quella che attende il moderato professore sembra quasi una “mission impossibile”: dare compattezza e imprimere slancio a una società divisa e a un’economia depressa che dipende tuttora e quasi completamente dalle rimesse e dai prestiti internazionali, in una congiuntura internazionale sfavorevolissima per gli effetti globali della pandemia. A giudicare dalle prime mosse, Hoti ha comunque mostrato di aver compreso la lezione lasciata dal disastroso esordio del predecessore: per questo, ha subito tentato di allargare per quanto ancora possibile il consenso interno ed esterno, facendo leva sui valori e sugli obiettivi comuni piuttosto che su quelli divisivi. Perlomeno, ci sta provando. Per dare credibilità all’enunciazione del dialogo con Belgrado come priorità del governo, ha riservato la prima decisione concreta alla rimozione completa e immediata dei dazi, misura subito salutata con entusiasmo a Washington, con soddisfazione a Bruxelles e con sollievo ma anche cautela a Belgrado, dato il clima elettorale. È vero infatti che in Serbia la campagna elettorale prima delle elezioni del 21 giugno scorso, stravinte dall’SNS di Vucic, si è svolta stancamente e quasi sottotono rispetto al solito, a causa sia della pandemia sia dell’atteggiamento rinunciatario, sfociato in aperto boicottaggio, dell’opposizione al blocco di potere, ma è altrettanto vero che in ogni periodo elettorale, a Belgrado e dintorni, il tema del Kosovo e del dialogo con Pristina viene sempre trattato con estrema prudenza. Ad ogni modo, è stato abbattuto senza remore e fraintendimenti quello che per un anno e mezzo era sembrato l’ostacolo insuperabile alla ripresa del dialogo. Sono poi state subito diradate le incertezze su un altro punto essenziale: a seguito di un confronto chiarificatore, per evitare di avviarsi verso un altro esplosivo conflitto di competenze, Thaci e il nuovo premier hanno infatti annunciato che collaboreranno con impegno e dedizione per la ripresa e la finalizzazione del dialogo con Belgrado, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze e prerogative istituzionali. Del resto, Thaci ha accennato, nel corso di un’intervista, all’intenzione di volersi ritirare dalla vita politica attiva allo scadere del mandato presidenziale nel prossimo aprile: non è il caso di elaborare troppo sulla sincerità o meno dell’intenzione, soprattutto dopo i recentissimi sviluppi all’Aja, ma essa è servita a stemperare la tensione del clima politico reso incandescente dalla reazione agli “eventi di primavera” da parte di Kurti e di Vetevendosje che hanno accusato Thaci di voler instaurare in Kosovo una dinamica di accentramento e controllo di potere “alla maniera di Vucic a Belgrado o di Putin a Mosca”. Sul piano esterno, Hoti ha tentato di evitare ogni scivolamento su posizioni sbilanciate verso uno dei due “contendenti” nel ruolo di mediatori annunciando con decisione che il Kosovo ha bisogno sia del pieno sostegno dell’UE sia del forte impegno degli USA per riprendere il dialogo e raggiungere e applicare un accordo. “Non si può far nulla senza entrambi”, ha aggiunto, magari auspicando qualche giorno di pausa dalle pressioni per tirare il fiato. Invece, l’instancabile Grenell ha dato un altro colpo di acceleratore e lunedì 15 ha annunciato trionfalmente via twitter di “avere ricevuto l’impegno da parte dei governi di Kosovo e Serbia di sospendere temporaneamente le reciproche offensive diplomatiche in vista della riunione di dialogo che avrà luogo in 27 giugno alla Casa Bianca”, aggiungendo seccamente: “Se le parti non saranno soddisfatte dalle discussioni, allora ritorneranno allo status quo una volta lasciata Washington”. Lajcak ha appreso la notizia mentre atterrava a Pristina per la sua prima “presa di contatto con la realtà sul terreno” e non ha nascosto di non essere stato invitato né avvisato. A molti a Pristina e Belgrado era venuta in mente la suggestione della data, la vigilia del 28 giugno, giorno di San Vito: forse Grenell aveva in mente un annuncio storico in una giornata che ha segnato tappe fondamentali della storia e della leggenda serba, e non solo? Probabilmente sì, ma francamente, date le premesse, le divisioni interne e la palese mancanza di coordinamento internazionale, restavano fino a poco fa la constatazione che il processo fosse in ogni caso ripartito e la speranza che non fosse una falsa partenza. L’annuncio giunto dall’Aja appare come un colpo di vento fortissimo che ha subito sollevato dal terreno e scompigliato tutte le carte, costringendo Thaci, che era già negli Stati Uniti, ad annunciare il suo rientro anticipato in Kosovo e Hoti, che era a Bruxelles, a cancellare la partecipazione a Washington “per la necessità di tornare a Pristina per affrontare la difficile situazione interna”: pare quindi improbabile ogni incontro “storico”, almeno a breve. A questo punto non resta che esaminare le ulteriori reazioni di tutti gli attori coinvolti, a Pristina, Belgrado, Washington e Bruxelles sperando, per il progresso e la stabilità dell’intera regione balcanica, che il clima politico in Kosovo non diventi troppo esplosivo e incontrollabile e che la porta del dialogo resti ancora aperta e percorribile.