Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La trasformazione politica dell’UCK, da soldati per la liberazione del Kosovo a uomini di governo a Pristina.

di Lorenzo Peluso

Peja – La sede è sempre quella; persino il murales esterno, ritinteggiato, questo si, è uguale. Sono trascorsi sette anni. Ritorno nella sede dell’Associazione dei veterani di guerra dell’UCK a Peja. All’interno, stesso ambiente, i medesimi  divani, la saletta per ricevere gli ospiti, nel mentre lo stesso via vai di persone, che frequentano quella che ora non è più una milizia armata ma una ONG, per provare a risolvere problemi spesso legati alla pensione, alla richiesta di un lavoro. Ma in queste sette anni, se pur in apparenza nulla è cambiato, in realtà è cambiato tutto. Ora l’UCK ha completato la sua metamorfosi e da organizzazione militare è ormai un’organizzazione politica. Un cambio generazionale ha accompagnato il processo di trasformazione ed inclusione nella vita politica del Paese. Ha solo 38 anni, è stato da poco eletto al Parlamento di Pristina, ed è soprattutto il futuro del movimento politico. Gazmend Syla, deve correre a Pristina, sono ore febbrili per il futuro prossimo del governo guidato da Albin Kurti, il leader del partito della sinistra nazionalista Vetevendosje (Autodeterminazione), vincitore delle elezioni.  La sinistra nazionalista e il partito di centrodestra “Lega democratica del Kosovo” (LDK) guidano insieme il Paese con un nuovo esecutivo con a capo Albin Kurti, che è Primo Ministro. Gazmed Syla è uno dei 13 parlamentari eletti da AAK, partito dell’ex premier Aradinaj che sostiene il governo. Syla ha le idee chiare:  “Chiederò di entrare o ancora meglio di presiedere una Commissione per la sicurezza nazionale”. Questo il suo obiettivo. Un aspetto non secondario nel processo di evoluzione politica dell’UCK da esercito di liberazione, oramai sciolto, a fucina di rappresentanti e leader politici al governo. Syla aveva 16 anni quando la guerra e le violenze spazzavano via dal Kosovo 11mila morti per mano dei serbi. Ad oggi sono ancora 1647 i dispersi. Oltre ventimila le donne stuprate ed ottomila i bambini vittime di ogni tipo di violenza. A 16 anni imbracciò le armi per la liberazione del Kosovo. Era un giovane studente allora, ma i ricordi dei morti e del sangue versato rimangono indelebili. “Non racconto mai ai miei figli della guerra; loro non dovranno mai vivere ciò che ho vissuto io” così racconta. “Ai miei figli chiedo solo di studiare, perché con la conoscenza si cambia il futuro di un popolo e di una nazione” aggiunge Syla. La questione integrazione però rimane un problema di strettissima attualità anche per il neo governo. Ad oggi infatti è chiaro l’atteggiamento di distanza che le enclave serbe dimostrano nei confronti delle istituzioni kosovare. Scuole separate, se pur tutti affermano che le scuole sono aperte a tutti. Risulta chiaro che se l’integrazione non la si favorisce soprattutto tra i più giovani, sarà davvero difficile che si superino le distanze culturali ed ideologiche di due popoli che abitano la stessa terra. Eppure ad oggi in Parlamento la giovane costituzione kosovara riserva  ben 10 seggi garantiti; nel governo almeno due ministeri sono appannaggio della minoranza serba. Tuttavia ad oggi la minoranza serba non ha firmato l’accordo di governo, paventando una sorta di appoggio esterno con la nomina dei due ministri serbi. “La questione aperta è l’ingerenza di Belgrado nelle questioni kosovare. La Serbia non favorisce l’integrazione ma anzi fomenta ed amplifica le problematiche della minoranza serba nel Paese – afferma ancora il deputato Syla – è difficile così superare definitivamente la questione se da Belgrado si continua ad operare per creare distanze”. A questo punto è necessario comprendere cosa ne rimane di quella visione che per anni, prima e poi dopo la guerra, ha caratterizzato la propaganda politica dell’UCK: il sogno della Grande Albania. “Con l’Albania noi non abbiamo confini – afferma Syla – esiste e deve esistere un solo popolo su due nazioni”. La nuova classe dirigente del Kosovo, giovane e motivata, guarda dunque all’Europa come futuro possibile. Il lavoro prezioso fatto in questi anni dalla coalizione internazionale a guida NATO per la stabilizzazione e la pacificazione dell’area, produce i suoi frutti. Ci tiene Syla a consegnarmi un piccolo presente per ricordare questo incontro. Apre una busta del Parlamento kosovaro, tira fuori una bandiera del Kosovo, ricamata e ben curata, e me ne fa dono. “E’ questo il futuro del popolo kosovaro albanese e serbo, la nostra nazione: il Kosovo”. Certo il modo più chiaro per affermare che il futuro del Paese è l’unità della nazione.