Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La svolta delle milizie di Hezbollah sul confine con la Siria.

di Lorenzo Peluso.

Beirut – Si trova ad Ain El-Hilweh nella zona di Sidone a sud di Beirut, il più grande campo profughi del Libano. I campi profughi palestinesi del Libano, abitati dai discendenti degli esuli che dovettero abbandonare la Palestina dal 1948, dopo la fondazione di Israele sono diventati dei veri e propri terreni di guerra. In verità non solo in Libano. Una situazione simile esiste anche in Siria e in  Giordania. Da anni nei campi profughi si consumano scontri tra le diverse fazioni di palestinesi, ciascuna con i propri vincoli di fedeltà. La situazione ora però è esplosiva. Nella giornata di sabato ad Ain El-Hilweh il bilancio degli scontri è stato di 1 morto e diversi feriti. Le violenze erano già iniziate i primi giorni di aprile quando gli uomini di Badr hanno aperto il fuoco durante un controllo di sicurezza delle forze palestinesi. In pochi giorni il risultato è stato di 8 morti e di una trentina di feriti. La ripresa delle tensioni tra i membri di Fatah e il gruppo fondamentalista islamico di Bilal Badr arriva però in un momento molto delicato per il futuro del Libano. Da tre giorni infatti l’esercito libane ha sferrato un’offensiva sul confine siriano per liberare i territori occupati dai jihadisti Isis in fuga dalla Siria. Nelle ultime ore 11 postazioni di Isil sono state distrutte; un bilancio più che positivo per l’esercito libanese appoggiato a sua volta dalle milizie di Hezbollah. A parlare di successo è Nazih Jreij, portavoce dell’esercito libanese: “L’area controllata dall’esercito libanese dopo le operazioni militari delle ultime ore si estende per circa 30 chilometri quadrati, il che equivale a circa un terzo dell’intero territorio controllato dai miliziani. 20 di loro sono stati uccisi durante lo scontro e i bombardamenti, i feriti sono 10, di cui uno in gravi condizioni”. L’operazione però è solo all’inizio. L’obiettivo dell’esercito libanese è colpire i circa 600 jihadisti che controllano la zona al confine tra i due Paesi. A pochi chilometri dal confine, in Siria, intanto per la prima volta dal maggio scorso, 50 mezzi delle missioni umanitarie hanno raggiunto la popolazione della città di Douma a nord est di Damasco. le operazioni militari però sono concentrare su Raqqa dove le forze democratiche siriane sostenute dai raid statunitensi sono ancora impegnate nella riconquista della città. Almeno 622 i civili rimasti uccisi, secondo l’osservatorio per i diritti umani tra il 5 e il 15 agosto scorso. Altra battaglia che si sta combattendo è quella diplomatica, intanto. L’inviato speciale per la Siria De Mistura ha detto che i negoziati di pace potrebbero iniziare tra Ottobre e Novembre. “La diplomazia è al lavoro, sono in corso le trattative con il governo siriano, con i gruppi di opposizione armati. Abbiamo l’aiuto della Siria e dell’Iran, ma anche degli Stati Uniti e degli altri membri della missione umanitaria. Siamo fiduciosi, la situazione adesso può cambiare a partire dalla seconda metà dell’anno. Sono più sicuro di prima, le cose andranno meglio” ha riferito Jan Egeland, Inviato Onu per la Siria. Il ruolo dell’Onu è fondamentale in questo momento di grande confusione per il Medio Oriente. Il nodo centrale per la Siria è il rispetto dell’accordo di Astana sulla creazione delle zone di de-escalation dove è stato accettato dalle parti di cessare le ostilità. Questo consente finalmente che gli aiuti umanitari arrivino alla popolazione stremata.