Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La stretta di Teheran e la debolezza di Trump.

di Lorenzo Peluso.

Come sta cambiando il dinamismo diplomatico internazionale, sulla scacchiera globale, da quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump, è un interrogativo che sempre più spesso necessita di una risposta, soprattutto nelle cancellerie occidentali. Il lungo lavoro di avvicinamento portato avanti negli anni da Obama, ad esempio nei rapporti con l’Iran, ora più che mai ha subito un arresto brusco con conseguenze non del tutto prevedibili. L’atteggiamento di Trump viene letto a Teheran come una provocazione e soprattutto come una minaccia. Ancora una volta al centro di tutto, almeno in apparenza, c’è la questione nucleare iraniana. Il lavoro di Obama aveva portato al raggiungimento di un’intesa con Teheran che aveva accettato di limitare i livelli di arricchimento dell’uranio in Iran, necessario per poter fabbricare un ordigno atomico. In cambio, certo, era stata concessa un’apertura economica sul mercato internazionale per l’Iran. Apertura che avrebbe sviluppato le esportazioni, soprattutto di petrolio, verso l’Europa. Ma non solo. Infatti, da non sottovalutare la possibilità di dialogo con il colosso iraniano in un’area a forte destabilizzazione dove, mai come adesso, avere un alleato forte, per l’Occidente, potrebbe significare la risoluzioni di molteplici problematiche, a partire dalla questione irakena, passando per la Siria e poi l’Afghanistan. Non solo. Occorre infatti analizzare a fondo quali potrebbero essere gli scenari futuri anche con la fibrillante Turchia. Insomma, l’Iran, stabile dal punto di vista politico, militare e soprattutto economico, paradossalmente potrebbe rappresentare l’alleato più forte per gli americani e per la vecchia Europa. Questo nella logica di una distensione dei rapporti tra occidente ed oriente del mondo. In realtà, non è così. La bizzarra politica estera di Trump infatti rischia di mettere in crisi soprattutto il rapporto con Teheran. Come se non bastasse la crisi coreana e da poche settimane anche quella con il vicino Venezuela. Il Presidente iraniano Hassan Ruhani  minaccia ora di riavviare il programma nucleare “in un’ora e in un giorno” se Washington proseguirà sulla strada delle minacce e delle sanzioni. Nel frattempo le agenzie internazionali di intelligence confermano  che la centrale nucleare iraniana di Natanz pare sia pronta comunque, in ogni momento, a riattivare l’accumulo di uranio. Avvertimenti che non bisogna sottovalutare perché Ruhani a questo punto, da un’eventuale crisi con gli Stati Uniti ha tutto da guadagnare. intanto in termini di intesa strategica con la Russia, certamente con la Corea ed infine proprio con la Turchia con la quale è già in corso una transazione diplomatica per garantire la sicurezza dei confini comuni e rafforzare la lotta al terrorismo. Lo ha confermato, probabilmente non a caso, il capo della Relazioni pubbliche del Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica (Irgc), il generale Ramezan Sharif. “Negli ultimi anni i gruppi terroristici hanno creato instabilità lungo i confini tra Iran e Turchia – ha detto Sharif – soprattutto nella zona occidentale e nord-occidentale”. Le dichiarazioni di Sharif fanno eco alla visita in Turchia del Capo di stato maggiore della Difesa iraniana, generale Mohammad Hossein Baqeri, ufficialmente ad Ankara per discutere con il suo omologo turco, il generale Hulusi Akar, di sicurezza delle frontiere e lotta al terrorismo. In realtà la visita arriva proprio nel momento in cui Trump è maggiormente sotto pressione, quasi a voler dimostrare che la scacchiera mediorientale può cambiare repentinamente.  la dimostrazione è anche nelle parole del Presidente iraniano, secondo il quale Trump ha mostrato di non essere un buon partner nel momento in cui  ha minacciato di stracciare l’accordo firmato sotto la presidenza Obama: “Nei mesi scorsi il mondo è stato testimone del fatto che gli Usa in aggiunta ad un costante e ripetitivo tradimento delle loro promesse sull’accordo nucleare, hanno ignorato alcuni altri accordi globali”  ha detto Rohani in Parlamento a Teheran. Insomma, se l’Iran dovesse passare dalle parole ai fatti, salterebbe definitivamente l’accordo storico siglato nel 2015 con Obama. I margini di recupero però esistono ancora. Lo stesso Rohani ha sottolineato infatti, la volontà di proseguire nel rispetto del patto. Insomma, gli Stati Uniti, ora più che mai sono alle prese con la più grave crisi diplomatica mondiale di sempre. Sulla amministrazione Trump, alle prese con il Russiagate, con la Corea del Nord, con la crisi turca e con una serie di incomprensioni anche con diversi Paesi della vecchia Europa, oltre che con le forti proteste contro una crescente ondata di violenza xenofoba interna, ora incombe anche il monito di Teheran.