Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La strategia “del gambero” degli americani in Medio Oriente

di Lorenzo Peluso.

Siamo davvero alla svolta geopolitica che darà un nuovo assetto al mondo, partendo dal Medio Oriente? Questo è ciò che appare. Dunque gli Stati Uniti, come anticipato da Trump, hanno iniziato il graduale ritiro dalla Siria. Nei giorni scorsi,  il 12 gennaio per la precisione, un primo convoglio di mezzi ha lasciato il paese diretto nel vicino Kurdistan iracheno. In realtà dalla Siria sono stati rimossi solo, al momento mezzi ed equipaggiamenti essenziali; le truppe rimangono al momento.  Circa 2000 militari statunitensi sono in attesa di capire se l’annuncio di Donald Trump che ne ha ordinato la partenza sarà realmente messo in atto. L’attesa è determinata anche dalle recenti parole del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton che ha posto alcune condizioni al ritiro, di fatto bloccandone l’efficacia. John Bolton ha chiarito che dalla Siria va eliminato l’Isis, inoltre, e forse è qui che si gioca la vera partita, ha chiesto garanzia ufficiali ad Ankara di non lanciare offensive sui curdi, storicamente alleati di Washington. Perplessità sull’atteggiamento americano arrivano in modo palese da Mosca. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri russo si è spinta ad affermare che: “attualmente abbiamo l’impressione che gli americani stiano lasciando la Siria per rimanervi. Almeno abbiamo questa impressione anche perché abbiamo ripetuto piu’ volte di non aver ancora visto una strategia ufficiale”. In realtà una strategia ufficiale non c’è, o almeno non è data conoscerla. Anche la visita a sorpresa, qualche giorno fa del segretario di stato americano Mike Pompeo in Iraq, ha contribuito a far nascere dubbi su cosa gli americani davvero hanno intensione di fare in Medio Oriente. Una visita che è proseguita poi  in Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. A Baghdad, il capo della diplomazia americana, ha incontrato il presidente della repubblica, il curdo moderato, Barham Salih e il premier Adel Abdul Mahadi con i quali ha discusso del ridisegno strategico che gli Stati Uniti immaginano per l’area. Insomma, intanto non un ritiro immediato delle truppe dalla Siria, come annunciato da Trump, ma piuttosto un ridimensionamento lento e progressivo con il riposizionamento dei circa 2mila soldati americani in Iraq in modo da poter comunque controllare le eventuali azioni iraniane nella regione. Rimanere in Iraq poi garantirebbe la possibilità di azioni immediate a contrasto di un’eventuale ripresa delle attività militari dello Stato Islamico. Un passo indietro, necessario, è chiaro, rispetto al roboante annuncio della Casa Bianca che aveva creato preoccupazione soprattutto tra gli alleati arabi, in virtù dei fragili equilibri che con fatica si cerca di mantenere nella regione al centro di interessi contrastanti tra Turchia, Russia, Israele e Arabia Saudita. Una mossa intelligente, certamente, anche perché nelle ultime ore un altro tassello si è aggiunto alle già molteplici preoccupazioni. Forze armate russe hanno iniziato a pattugliare il confine con la Turchia nella zona di sicurezza di cinque chilometri da Manbij, ad est di Aleppo in Siria. Ufficialmente per proteggere la “zona cuscinetto” che separa l’area occupata dalle forze curde e le truppe governative di Bashar Al-Assad, in realtà perché ora gli stessi americani temono di perdere quel contatto diretto con le forze curde che, all’annuncio del  ritiro delle truppe statunitensi dal territorio siriano, hanno chiesto aiuto alla Russia temendo un’invasione turca. Dunque, la fragilità dei rapporti, ma anche e soprattutto la possibilità che la Russia colga l’occasione per entrare del tutto nella regione mediorientale spaventa non solo gli americani. Una situazione che può precipitare improvvisamente con conseguenze catastrofiche.