Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La strategia americana in Afghanistan alla vigilia delle presidenziali USA

di Lorenzo Peluso.

La strategia americana in Afghanistan continua a mostrare tutti i suoi limiti. In realtà, è proprio la mancanza di una strategia il vero punto debole della politica americana nel paese asiatico. I ritiro di parte delle truppe ha indebolito il sistema di controllo del territorio che faticosamente era stato messo in atto con grandi sacrifici, in perdite umane, e milioni di dollari spesi in lunghi anni di guerra. L’aver ceduto intere aree del paese al controllo dei talebani ha prodotto un unico risultato: il consolidamento del potere dei signori della guerra che controllano oltre l’80% del paese. Per l’America è davvero difficile spiegare ai contribuenti l’enorme spesa militare a fronte di un sempre cerscente numero di vittime tra i propri soldati e davvero pochi risultati in termini di pacificazione dell’area. Il 2019 poi per gli USA è stato un anno terribile. Il numero dei soldati americani morti in Afghanistan infatti è il più alto dal 2015. Lo affermano i dati forniti dal Dipartimento della Difesa. Nel 2019 sono morti 17 militari Usa, di cui 14 erano membri dell’esercito e 3 erano Marine. Negli anni precedenti invece, il bilancio è stato di 13 militari deceduti nel 2018, 11 nel 2017, 9 nel 2016 e 10 nel 2015. Sul fronte della diplomazia non è andata meglio. I colloqui di pace tra Usa e talebani si sono interrotti in settembre, quando il presidente Donald Trump ha annullato un incontro in programma con i leader afghani e talebani. Le elezioni presidenziali in Afghanistan hanno confermato la guida dell’attuale presidente Ghani ma la distanza con Kabul per gli americani cresce di giorno in giorno. Ora più che mai a provare risentimento per l’atteggiamento americano sono anche gli uomini delle Forze di sicurezza afghane che si sentono abbandonati al loro destino. Non a caso nel Paese si è consumato un Capodanno di sangue; nel primo giorno del 2020 infati i talebani hanno attaccato le forze di sicurezza nelle regioni settentrionali di Balkh e Takhar, Kunduz e Helmand meridionale, uccidendo oltre 40 agenti. Il 2020 sarà un anno complicato per il Paese che dovrà assistere, qui ci si può scommettere, a molteplici prese di posizione da parte dell’amministrazione Trump in vista delle presidenziali USA di fine anno. Il punto debole dunque sulla questione afghana per gli USA rimane la mancanza di una strategia reale di intervento nel Paese. L’idea di creare un governo stabile a Kabul, vicino agli interessi americani, rimane un’idea remota ed illusoria. Sebbene gli esperti ed analisti continuino ad affermare il contrario. La riconferma di Ashraf Ghani per la presidenza dell’Afghanistan con il 50,64% delle preferenze, pari a 923.868 voti, ha confermato tra l’altro la bassa affluenza: su 33 milioni di abitanti, solo 9,6 milioni di elettori registrati, hanno votato solo in 2,7 milioni, e di questi ben 900mila schede sono state escluse a causa di irregolarità, dimostra la distanza del popolo afghano rispetto al modello di democrazia “imposto”. Tuttavia il ritiro dei 18 mila soldati che il presidente Trump vuole riportare a casa dall’Afghanistan non è la soluzione. Rimango convinto che l’Afghanistan, dopo la partenza delle truppe americane, diventerà la nuova base per le operazione terroristiche dello Stato islamico. Spetterà a Trump prendere una decisione e possiamo esser certi che lo farà solo ed esclusivamente in virtù di un utile consenso per la campagna elettorale.

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