Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia raccontata da Andrea Cionci. Aldo Salvato, l’eroe invisibile della Croce Rossa

di Andrea Cionci

Un atroce bombardamento, un gesto di eroismo e un’intossicazione durata tutta una vita. E’ la storia dimenticata, risalente a 75 anni fa, del sottotenente Aldo Salvato del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana che ebbe l‘esistenza rovinata dal suo coraggio e dal suo spirito di sacrificio.   La città di Frascati (Roma) ha recentemente celebrato il personaggio, insieme al ricordo per le centinaia di vittime civili, molte delle quali morirono letteralmente gasate.

Erano le 12.09 dell’8 settembre 1943 quando, sui cieli di Frascati, apparvero le sagome di 130 bombardieri «Liberator» americani. Eppure, l’armistizio con gli Alleati era stato firmato cinque giorni prima, il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, sebbene la notizia non fosse stata ancora resa pubblica.   Il bombardamento era stato quindi deciso anche per sollecitare il re e Badoglio che temporeggiavano nel divulgare la resa italiana. Questo è provato da un fonogramma di Eisenhower che quella stessa mattina, da Algeri, scriveva al Maresciallo d’Italia: «Ogni deficienza da parte Vostra, nel condurre a termine tutti gli obblighi dell’accordo firmato, potrà avere gravissime conseguenze per il Vostro Paese». Alle 19 della sera stessa, dopo il bombardamento, Badoglio si recava alla radio per annunciare il famoso proclama. L’operazione, tuttavia, aveva anche l’obiettivo strategico di colpire direttamente il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante dell’Oberbefehlshaber Sud (Comando Supremo Tedesco del Sud) che aveva il suo quartier generale a Frascati. Inoltre, colpendo le retrovie nemiche, si volevano tagliare eventuali rifornimenti alle forze tedesche che resistevano al contemporaneo sbarco americano a Salerno.  Furono 1.300 le bombe sganciate sulla città: l’inferno di esplosioni, scendendo dalla Villa Aldobrandini verso il centro urbano e la via Tuscolana, polverizzò numerosi palazzi, il santuario delle Scuole Pie, gran parte della Cattedrale di San Pietro e l’adiacente Seminario Tuscolano.  Da Foligno, Guidonia e Ciampino si levarono quasi trenta caccia Macchi 202 italiani che abbatterono una dozzina di bombardieri nemici: quella fu l’ultima azione difensiva della Regia Aeronautica. Alla fine di tutto, si contarono 603 morti civili italiani (fra cui molte donne e bambini) e circa 200 fra i militari germanici.  I primi ad attivarsi per soccorrere la popolazione furono i tedeschi, che si consideravano ancora alleati degli italiani, ma la loro opera sarebbe durata solo fino alle 19 di sera, quando dalla radio la voce di Badoglio annunciò che l’Italia cessava le ostilità con gli Alleati diventando di fatto nemica della Germania.   Mentre i tedeschi facevano prigionieri i nostri soldati, lasciati senza ordini, uno dei pochi militari italiani che fu lasciato libero di operare fu un ufficiale della Croce Rossa militare che, in quelle ore drammatiche, decideva il destino di tutta la sua vita.

Aldo Salvato, era nato nel pieno della Grande guerra, a Padova, nel 1915 da una famiglia di agiati commercianti. Era piuttosto magro e longilineo, tanto che fu riformato al servizio di leva per insufficienza toracica. Nonostante questo, allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, il giovane Aldo Salvato decise di arruolarsi nel Corpo Militare della Croce Rossa Italiana che gli assegnò la funzione di contabile. Tuttavia, quell’incarico da scrivania gli stava stretto, al punto che nei momenti di riposo si offriva volontario per le attività operative.  Il suo spirito di servizio si fece notare la prima volta subito dopo il bombardamento del quartiere San Lorenzo, a Roma, il 19 luglio 1943. E’ stato il capitano Basilio Ventura del Corpo Militare CRI a ritrovare e a pubblicare, nel 2015, le relazioni stilate, all’epoca dai comandanti del giovane ufficiale, la prima delle quali riportava: «Preposto al comando della XII e XXII squadra di pronto soccorso mobile, inviate con altre squadre, al quartiere Tiburtino, vi rimaneva dalle ore 15 alle 23, prodigandosi personalmente alla testa dei suoi uomini nella difficile e pericolosa opera di estrazione dei feriti dalle macerie e destando, per il suo alto spirito di sacrificio, la più alta ammirazione da parte della popolazione presente e di alcuni ufficiali dei Vigili del fuoco, accorsi pur essi in quel quartiere».

La seconda relazione racconta che, durante il bombardamento di Frascati, varie persone erano rimaste sepolte in due profondi ricoveri ai quali si riuscì ad accedere dopo lo scavo di un cunicolo verticale. Era una delle tante trappole mortali che si erano venute a creare a causa delle bombe. «Frascati era, infatti, una delle prime città servite dal gas da cucina – spiega il capitano Ventura – e per risparmiare sugli scavi, si erano fatti passare i tubi attraverso le cantine sotterranee e le grotte che si snodano ancor oggi sotto il centro abitato: in quegli stessi ambienti la popolazione civile si rifugiò durante il bombardamento».   All’epoca, il gas non era metano, che per quanto incendiabile è innocuo per la salute, bensì una miscela ottenuta dalla distillazione del carbone che conteneva anche il letale monossido di carbonio. Ecco perché quasi la metà dei morti civili, a Frascati, non fu dovuta direttamente alle bombe, ma al gas che si era sprigionato all’interno dei rifugi a causa delle tubature rotte dai crolli.  Il sottotenente Salvato, fu il primo a offrirsi volontario per calarsi con delle corde nel cunicolo, con la bocca protetta solo da un fazzoletto bagnato. Imbragò diversi civili affinché potessero essere riportati in superficie e vi rimase fino all’ultimo, tanto che alla fine ne venne estratto svenuto.   Fu un’operazione pericolosissima: nel primo ricovero furono salvate tre persone mentre le altre nove morirono subito dopo per le esalazioni; dal secondo, ne furono salvate sei, svenute, mentre altre tre morirono per un successivo crollo. Appena si riebbe, il sottotenente volle tornare al rifugio per assicurarsi che tutti quelli ritrovati vivi stessero bene.  Fu immediatamente proposto per la Medaglia d’Oro al Valor Militare, ma lo sbandamento generale successivo all’8 settembre fece dimenticare la pratica. Tre anni dopo, riceverà per posta, dalla CRI, una medaglia.   Aldo Salvato si era irrimediabilmente rovinato la salute. La guerra per lui continuò nella zona d’origine, ma dovette passare vari periodi di cure in ospedale per le lesioni polmonari subite. La sua salute era appena migliorata quando, dopo pochi mesi, ebbe una ricaduta e si ammalò di tubercolosi dalla quale si salvò solo grazie all’avvento della terapia antibiotica, a base di streptomicina.  «Era stato fatale per lui – spiega il sottotenente medico Francesco De Bella, formatore CRI in materia di sicurezza sul lavoro – il rimanere così a lungo esposto alle esalazioni. Questo gli procurò un’infiammazione polmonare cronica, quella che viene chiamata anche polmonite chimica. Aldo Salvato dovette, così, passare circa sei anni in sanatorio. Si trattava di speciali strutture costruite apposta anche per confinare i malati in modo che non diffondessero il contagio ed erano edificate in luoghi dove l’aria era particolarmente salubre».   In sanatorio ebbe modo di conoscere Don Albino Luciani, ivi ricoverato per la sua salute cagionevole, che sarebbe poi diventato papa col nome di Giovanni Paolo I.   I guai non finirono, per Salvato, con l’uscita dal sanatorio: perse il lavoro in banca e, oltre ai problemi con la salute, dovette affrontare alcuni anni di grave indigenza, con moglie e due figli a carico, prima di ricevere una pensione da grande invalido di guerra. Fino ad allora, sopravvisse grazie alla generosità di un facoltoso amico veneziano.  Ciò che più colpisce è la modestia dell’uomo: «Nemmeno io – spiega il figlio Gianfranco – sapevo nulla di questi suoi atti eroici. Mio padre era sempre molto riservato su questi argomenti e non parlava mai della guerra. Solo in occasione delle commemorazioni, quando si volle consegnare a me, nel 2015, la medaglia della città di Frascati in sua memoria, compresi tutto».  Come spiega il colonnello Giuseppe Scrofani, presidente dell’Associazione nazionale militari CRI in congedo che ha partecipato alle commemorazioni per il 75° del bombardamento: «A differenza di altri che si trovarono a compiere azioni eroiche perché coinvolti da una situazione critica loro malgrado, il sottotenente Salvato rischiò volontariamente la propria persona per salvare vite umane». (Tra l’altro, fu il maresciallo artificiere Salvatore Scrofani, padre del colonnello, a intervenire per bonificare la città di Frascati, che in molti volevano abbandonare del tutto a causa della quantità di bombe inesplose che vi erano rimaste.  Aldo Salvato morì nel 1995, dopo una vita non facile, segnata da cure continue, senza mai vedere pienamente riconosciuto quel gesto eroico che gli rovinò la vita e del quale mai si pentì. Rimane oggi una delle figure di riferimento morale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.

http://www.lastampa.it/2018/09/28/societa/quelleroe-invisibile-della-croce-rossa-i-polmoni-devastati-dopo-il-bombardamento-su-frascati-krQSyMkmrrJdJpESD92CoJ/pagina.html