Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia di Suraya Pakzad. L’Afghanistan delle donne; un mondo possibile.

di Lorenzo Peluso, inviato in Afghanistan - foto con diritto di copyright ©

Herat – La sua espressione, gli occhi neri, il viso marcato dai tratti caratterizzanti; la sua semplicità nel descrivere la condizione delle donne afghane ti colpiscono al cuore. L’ho incontrata al “Giardino delle donne" ad Herat. Un centro realizzato con il supporto fondamentale del PRT della Missione ISAF in Afghanistan dei militari del Contingente italiano.

Lei, Suraya Pakzad, arriva con qualche minuto di ritardo; scende dalla sua macchina. Si avvicina. Stringe la mano al Colonnello Grasso, comandante del Provincial Ricostruction Team. Poi mi saluta, porta la mano al petto; è questo il gesto di saluto qui in Afghanistan. Non so se le posso tendere la mano. Qui alle donne è vietato toccare, stringere la mano all’uomo. In realtà però ho appena visto che lo ha fatto con Grasso. Le tendo la mano. Lei la stringe e sussurra: “as-salam ‘alayk”, (pace a te). Ho imparato a rispondere, grazie ai suggerimenti dei nostri militari ad Herat. Stringo la mano e provo a pronunciare: “wa as-salam ‘alay wa rahmatu Allah wa barakatuhu “ (a te la pace la misericordia di Dio e le sue benedizioni). Suraya Pakzad è una donna speciale. E’ una di quelle donne che provano a cambiare il corso della storia. I diritti delle donne, la loro libertà, l’istruzione. Questo l’obiettivo del lavoro di Suraya. Qui al “Giardino delle donne” si respira un’aria diversa. Non ci sono i burqa; di colore nero o blu. Un abito inquietante che copre la testa ed il corpo con una sorta di retina all’altezza degli occhi che permette di vedere senza scoprire gli occhi. Le donne, tutte giovani, qui provano ad indossare gli abiti “occidentali” e coprono il loro capo con il solo velo. Dal 2001 Suraya opera attraverso Voice of Women, una ONG creata da lei a sostegno delle donne oppresse, coinvolgendo le giovani ragazze afghane. “Un altro Afghanistan è possibile; il nostro popolo cresce ed impara a rispettare le donne – afferma Suraya – un processo lungo e lento ma possibile. Gli abusi sulle donne da parte dei mariti o dei padri e la necessità di aiutare queste donne sfortunate sono state la molla che nel 2005 ci ha portato a realizzare la nostra prima casa protetta ad Herat. Da allora altre quattro realtà, una in ciascuna provincia dell’area ovest dell’Afghanistan sono nate; sono ora un punto di riferimento per le donne afghane. Siamo impegnati ad offrire consulenza legale gratuita ed assistenza legale alle donne che finalmente alzano la testa e chiedono giustizia. I diritti umani sono al centro del nostro lavoro. Poi lavoriamo per creare la cultura dell’impresa anche per le donne; occorre infatti educare le stesse donne a riconoscere le loro grandi potenzialità per troppi anni nascoste a loro stesse prima che alla società afghana. Grazie al sostegno che abbiamo ricevuto in questi anni dalle forze internazionali oggi riusciamo a sperare che i nostri sogni si possano realmente concretizzare”. Parla in modo spigliato Suraya, usando un inglese fluente ed ineccepibile. Faccio fatica a stargli dietro. Ma lei parla e racconta il mondo afghano delle donne oppresse da una cultura che è distante dalle indicazioni religiose. “No, non è la religione che vuole una condizione di inferiorità per la donna – aggiunge Suraya – è la politica del potere che alcuni uomini hanno voluto imporre al nostro popolo. La religione non dice questo. L’uomo e la donna sono uguali dinanzi a Dio. Il nostro lavoro parte da questo; affermare questo concetto significa far comprendere alle donne che devono poter credere in loro stesse per poter realmente cambiare questo Paese”. Insomma, l’Afghanistan dei talebani forse ha chiuso davvero i conti con la storia di questo martoriato Paese. “L’Afghanistan oggi è un mosaico troppo vasto per il quale non si può e non si deve generalizzare – aggiunge Suraya – c’è tanto lavoro da fare ancora; siamo solo all’inizio. Ma oggi però c’è la speranza. Una speranza che fino a qualche tempo fa era negata”. Le ragazze della locale squadra di cricket che intanto giocano e si allenano nel giardino antistante la struttura forse sono la più concreta dimostrazione che l’Afghanistan delle donne è un mondo possibile. Wa as-salam ‘alay wa rahmatu Allah wa barakatuhu, Suraya.