Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia delle “donne di conforto” ai tempi della guerra.

di Lorenzo Peluso

Le schiave del sesso, non sono un’invenzione dei jiadisti Isis. C’è stato un tempo dove le donne, definite “donne di conforto”, durante la Seconda Guerra mondiale, venivano “usate” nei bordelli militari dell’Armata imperiale nipponica. Erano tutte donne della Corea del Sud. Tra i due paesi si aprì uan vera e propria disputa sulla questione, a guerra terminata. Gli storici hanno valutato  in circa 200mila il numero di vittime coinvolte nel sistema di prostituzione forzata, provenienti da diverse parti dell’Asia, prevalentemente Corea e Cina. Il governo giapponese, tuttavia, sostiene che il sistema era gestito da privati e non ufficiale. Da qui nel 2015 un accordo tra Giappone e Corea del Sud che puntava a chiudere una disputa durata decenni. La Corea accettava le scuse giapponesi e la costituzione di un fondo da un miliardo di yen (8,8 milioni di dollari) per i risarcimente alle ormai anziane sopravvissute. Questo accordo non ha dato soddisfazione ai sudcoreani e nel paese si sono diffuse statue all’esterno delle missioni diplomatiche giapponesi in memoria delle vittime. Il nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in  in campagna elettorale, aveva sostenuto che non avrebbe accettato l’accordo firmato dall’allora presidente Park Geun-hye, la leader poi caduta in disgrazia per uno scandalo di corruzione. A tale scopo aveva creato una task force incaricata di valutare l’accordo e questa aveva dato un responso negativo sullo stesso. Ma il Giappone ha immediatamente chiarito di non essere disposto a rinegoziarlo. Ora un nuovo capitolo. La Corea infatti non cercherà più di rinegoziare l’accordo col Giappone. L’ha spiegato il ministro degli esteri sudcoreano Kang Kyung-wha, prendendo atto dell’”innegabile fatto” che i due governi hanno approvato l’accordo del 2015. “Il nostro governo non chiederà una rinegoziazione dell’accordo al governo giapponese”, ha spiegato Kang chiarendo che Seoul non userà più i fondi messi a disposizione da Tokyo per i sopravvissuti, rimpiazzandoli con denaro dal proprio budget. Ha chiesto però a Tokyo di presentare “volontarie e sincere scuse”. Una decisione che aprirà un fronte di discussione sulla questione, ancora viva nei coreani. Probabilmente, così la si deve interpretare, la mossa di rifiutare le risorse finanziarie nipponiche ha lo scopo di tenere aperta e viva la questione, impedendo che in Corea vi sia la percezione che il Giappone abbia chiuso la partita con una riparazione economica. Rimane, in tutto questo, la sostanza di almeno 200mila vittime, schiave del sesso.