Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La storia – Da Timbuctù al Vallo di Diano: Ismael: «questo è il mio Mali!»

di Marco Marra.

Sono migliaia i migranti accolti all’interno dei confini nazionali. Il tema dell’accoglienza, attraverso l’istituzione di vari progetti volti all’accoglienze e all’integrazione, sta accendendo numerosi dibattiti all’interno della politica e della società civile in tutto il territorio nazionale. Un misto di diffidenza, paura, chiusura, alimentate anche da alcune frange politiche, ha investito il territorio nazionale. Particolare è la situazione nei comuni a sud di Salerno dove operano diverse realtà del terzo settore che da anni si sono dimenate nell’accoglienza di migranti di ogni genere, età e provenienza, trovando molte volte difficoltà soprattutto per quanto riguardo l’integrazione. Ed è proprio da uno di questi centri, uno SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) in un comune a sud del salernitano, tra l’alto Tanagro ed il Vallo di Diano, che arriva la storia di Ismaël (nome di fantasia, per proteggere la sua identità), maliano di etnia Tuareg proveniente dalla città patrimonio dell’Unesco: Timbuctù. Ismael è un ragazzo vispo, ventenne come la maggior parte dei ragazzi ospitati in questo centro, con gli occhi leggermente allungati, capelli ricci corti ed uno sguardo curioso. Parla perfettamente il francese e proviene dal nord del Mali, ex colonia francese ricoperta prevalentemente dal deserto. Il Mali è insieme al Niger un paese tristemente noto per essere il centro di smistamento dei migranti subsahariani che giungono dalle nazioni più a sud. Bamako, la capitale, è il centro più importante del paese dove la maggior parte degli uomini e delle donne, che provengono dalle rotte subsahariane sud occidentali, sostano per mesi prima di racimolare i soldi necessari per attraversare il deserto e giungere in territorio libico o algerino; è dovere di cronaca dire che molti non riescono a sopravvivere a questo viaggio e per chi arriva nei territori nord africani, il viaggio, attraverso il deserto, risulterà essere la cicatrice che meno facilmente si rimarginerà. Ismael mostra una certa maturità e disponibilità al dialogo. Dice di essere di Timbuctù cittadina maliani situata nel centro nord del paese. La città è famosa in tutto il mondo per la sua bellezza architettonica e per essere stata a lungo tempo una delle perle del mondo africano ed in particolare sotto il dominio arabo, dove ebbe il suo maggiore splendore sociale, culturale e storico. Fu descritta da molti studiosi del tempo come uno dei centri culturalmente più avanzati di tutta l’Africa allora conosciuta, ed uno dei poli culturali del mondo arabo sud-occidentale. Timbuctù ben presto è riuscita a conquistare anche l’interesse degli appassionati d’arte e di architettura di tutto il mondo grazie alla sua bellezza e alle tipiche case fatte di fango solidificato che creano un tutt’uno con le strade della città sabbiose e geometriche. La città, la sua architettura e le sue moschee – come quelle Djinguereber o di Sankoré, quest’ultima una tra le più antiche di tutto il mondo arabo – non sono passate in osservate alla comunità internazionale tant’è che dal 1988 è stata inserita all’interno dei siti Patrimonio dell’Umanità. Tutto questo è oramai una malinconica storia passata perché come ci ricordano le cronache, e come conferma Ismael, la città è oramai teatro della guerra intestina maliani dal 2012.  Come confermatomi dal giovane ragazzo, la guerra è partita da una richiesta politica, ovvero l’indipendenza dal governo centrale, mossa dall’etnia Tuareg, tribù del Sahara maggioritaria del nord del Mali. I Tuareg, di cui Ismael porta nelle sue vene il sangue essendo per metà appartenente a questa etnia, oramai più di cinque anni fa hanno commesso l’errore di affidarsi ad un gruppo armato che aveva come intento, all’inizio, quello di aiutare la tribù sahariana ad ottenere l’indipendenza dal governo centrale. Ma si sa, in aree come queste tra le più povere al mondo, dove vi è la mancanza di tutto e dove la cultura è solo un vago ricordo, ogni crepa se non prontamente risanata diviene una voragine dalla quale uscire è impossibile ed così che il jihadismo (nella sua accezione più tristamente conosciuta) si è impossessato della legittima richiesta dei Tuareg ed ha imposto la sharia (la legge coranica) e il jihad tra le dune del deserto del nord del Mali. L’elemento che accomuna tutti questi ragazzi, qualunque sia la loro provenienza, è il velo di malinconia che si scorge nei loro occhi. Lo ritrovo anche in quello di Ismael, soprattutto quando mi spiega cosa ne è stato della millenaria cultura Tuareg e di Timbuctù dopo l’arrivo della guerra. Dal 2013, infatti, il paese è diventato oramai un vero e proprio teatro di guerra internazionale, poiché in sostegno delle truppe nazionali maliani sono arrivati contingenti stranieri per la maggior parte francesi, ma anche da altre nazioni occidentali. Il problema vero e proprio, che evinco dalle parole di Ismael, è che nel Mali manca tutto; degli ospedali non è rimasto che le strutture, curare gli ammalati o i feriti di guerra è impossibile, e come se tutto questo non fosse abbastanza il nord del Mali sta diventando snodo tra jihadisti provenienti da tutta l’Africa subsahariana. Nelle parole di Ismael c’è posto anche posto per i ricordi: suo padre che alleva le mucche, mentre la mamma “une femme au foyer” una casalinga. Due anni oramai sono passati da quando il giovane ha cominciato il suo viaggio verso l’Europa; a mancargli di più è l’immagine che ha del suo paese prima che la guerra arrivasse, mentre la cosa che più apprezza dell’Italia è la pace.  A questa affermazione non si può far altro che annuire e riflettere su quanto un elemento così importante per Ismael, sia diventato invece, scontato per noi. Alla fine della chiacchierata ho avuto la sensazione della consapevolezza del giovane, in merito a quanto il governo italiano stia facendo per aiutare lui e tutti i rifugiati e o richiedenti asilo. Si dice, infatti felice di vivere nella realtà a sud di Salerno. Non possiamo sapere se ciò sia vero o meno, c’è ancora tanto da fare per le minoranze nel nostro territorio e per abbattere le paure generate da ciò che non si conosce o si crede erroneamente di conoscere.