Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La speranza di un benessere equo e solidale che ci riporterà al mare, tutti però.

di Lorenzo Peluso.

La domanda più frequente in questi ultimi giorni sembra essere se andremo al mare, la prossima imminente estate. Insomma, gli italiani guardano con attenzione alle vacanze. Nulla di sbagliato, sia chiaro, fosse solo per la necessità di scaricare lo stress accumulato in queste settimane. In realtà la questione posta sul tavolo della discussione è altro. Innanzitutto l’aspetto economico. Allora facciamo qualche conto. Nel nostro Paese, lo scorso anno, sono stati almeno 94 i milioni di visitatori stranieri. Il settore turistico genera poco più del 5% del PIL nazionale e rappresenta oltre il 6% degli occupati. In Italia gli esercizi alberghieri attivi sono 33.000, mentre quelli extra-alberghieri sono 183.000. Chiaro è che intorno al settore turismo ruota anche il settore dei trasporti, tutta la filiera del turismo enogastronomico, ecc. Insomma, come dire che una fetta importante della nostra economia ruota sul turismo sul quale, anche questo va detto, abbiamo puntato molto negli ultimi anni e con ottimi risultati. la questione quindi è complessa e merita grande attenzione per l’immediato futuro. In realtà, quello che però mi stimola la riflessione è l’atteggiamento che gli italiani dovrebbero avere in questo momento così drammatico per il Paese e per il futuro di noi stessi. Mi spiego meglio. Se è necessario che al più presto riattiviamo il nostro sistema economico, come è giusto che sia, è altrettanto necessario considerare che per fare questo, forse la cosa più importante che dovremmo fare è pensare a riprendere il lavoro, dunque concentrarci e lavorare, per recuperare il tempo perduto; insomma provare a limitare i danni spingendo al massimo la produzione. Questo significa che nei prossimi mesi, la prima cosa che dovremmo fare è non andare in vacanza. Fabbriche aperte luglio ed agosto, milioni di italiani in ufficio per smaltire l’arretrato; professionisti a lavoro per progettare, realizzare, assistere i propri clienti. fatta eccezione per la scuola, quella speriamo riprenderà a  settembre, e dei milioni di giovani studenti, il resto del Paese dovrebbe solo ed esclusivamente piegarsi al lavoro con uno sforzo epocale, a partire dal Parlamento aperto ad agosto. Eppure, sembra che l’idea generale sia se andremo al mare questa estate. Insomma, occorre che stabiliamo anche che livello di crisi stiamo attraversando per capire se possiamo o meno permetterci le vacanze in questa strana estate 2020. Mi si dirà ma se non adiamo in vacanza il settore turistico rischia il fallimento totale. Certo, è vero ed è così. Pur vero è che se le fabbriche non riprendono a lavorare e produrre con ritmi anche più forzati rispetto alla norma, ciò che abbiamo perso in questi due mesi, rischiamo di non recuperalo mai ed i debiti che il Paese sta assumendo per fronteggiare la crisi, quelli non smetteremo mai di pagarli. Poco male, se pensiamo che gli stessi debiti li pagheranno i nostri figli e pure i nipoti. Insomma dobbiamo capirci. Ad oggi ad accedere alla cosiddetta Cigo, cassa integrazione, hanno fatto richiesta dalle aziende 4,5 milioni di lavoratori, in riferimento alle misure previste dal decreto Cura Italia per far fronte all’emergenza Coronavirus. Ad oggi sono in pagamento indennità per oltre 1,8 milioni di lavoratori, l’11% a favore di liberi professionisti e collaboratori, il 67% di lavoratori autonomi e il 22% di lavoratori agricoli. Complessivamente  sono arrivate oltre 4 milioni di domande all’Inps. A questi si aggiunge un nuovo esercito di nuovi poveri. Per Confcommercio e Confesercenti, infatti, circa 60 mila italiani potrebbero perdere il lavoro se l’emergenza non dovesse risolversi entro giugno. I numeri di questi giorni  mostrano l’aumento del 30% delle richieste di aiuto alla Caritas. Però, ci chiediamo se possiamo andare in vacanza questa estate. Dunque ci sono i posti di lavoro saltati a causa delle chiusure delle aziende? Sono reali i 2,7 milioni di persone che sopravvivono grazie alla Caritas e al Banco Alimentare. Insomma forse dovremmo ripensare al nostro vivere quotidiano, accettando che è cambiato tutto, le nostre abitudini innanzitutto, per guardare al futuro. Accettare oggi la sfida della ricostruzione, con l’impegno di tutti, come avvenne negli anni 50 e 60 del dopoguerra, per poi ritrovare quelle necessarie vacanze al mare, per ritornare a chiudere le fabbriche ad agosto con la certezza che a settembre riapriranno. Impegnarsi in questo tempo per migliorare tutto il sistema Paese facendo di questo momento di crisi una nuova grande opportunità di rinascita del Paese. E’ questa la sfida che i nostri nonni vinsero alla fine della Seconda Guerra mondiale, quando per mancanza d’altro milioni di valigie di cartone si assembravano nelle stazioni e nei porti. Dunque, se non valigie, quelle davvero no, almeno l’impegno a dare di più, a fare di più per poter ritornare ad un benessere equo e solidale che ci riporterà al mare, tutti però.