Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La sfida del Kurdistan alla Turchia ed i guai di Trump.

di Lorenzo Peluso.

Con la caduta definitiva dello Stato Islamico, l’imminente sconfitta degli jiadisti in Iraq ed in Siria, ora la comunità internazionale dovrà prendere sul serio la questione curda. Arriva, come dire, il tempo di onorare gli impegni assunti. Mai nulla di ufficiale, questo è vero; ma la Coalizione internazionale che per tre anni ha operato nel nord dell’Iraq ed in territorio siriano, è risaputo, ha abbondantemente “utilizzato” le forze curde, Peshmerga, per la prima linea nei combattimenti contro i tagliagole dell’Isis. La promessa, più o meno palese, è il riconoscimento dell’indipendenza curda. Il riconoscimento di uno stato del Kurdistan che abbracci una fetta di territorio che dall’Iraq arriva alla Siria e si estende al sud della Turchia. Aree dove insiste una consistente popolazione curda e soprattutto, da sempre, ritenute nei confini geografici di quello stato curdo osteggiato e combattuto, nei secoli, dai turchi. In Iraq, per la verità, la regione nord del paese, il Kurdistan iracheno, gode già di un’ampia autonomia legislativa e politica. Resta però pur sempre una regione dell’Iraq. Il problema imminente è ora la Siria. Sul territorio, i gruppi curdo siriani, sono insediati nella regione nordorientale in due aree ben distinte; c’è poi la regione dell’Afrin ad ovest. Già nell’agosto dello scorso anno, la Turchia, sulla spinta anti-jiadista lanciò  una vasta operazione transfrontaliera nel nord della Siria. Un’operazione militare giustificata da una volontà ferrea a  cacciare dalla zona di frontiera i jihadisti dell’Isis ma anche i combattenti YPG, militanti che la Turchia considera l’estensione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (PKK). Nulla di nuovo, in realtà. per la Turchia il PKK è considerato un gruppo terroristico. Un gruppo armato che ha iniziato un’insurrezione contro lo stato turco dal 1984. Negli anni, nel riaccendersi dello scontro tra governo e militanti, sono state uccise oltre 40.000 persone. Logiche  geopolitiche di carattere internazionale, sulla spinta spesso di accordi politici ed economici da raggiungere con la Turchia, negli anni, il PKK è stato considerato un gruppo terroristico anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Dunque ora si riapre una partita molto delicata per i curdi. Si può ipotizzare che il rallentamento delle operazioni militari anti Isis in Iraq sia il frutto di una strategia attendista da parte della coalizione internazionale in attesa di capire come, in che modo, una volta chiusa la partita Stato Islamico, bisognerà gestire l’imminente crisi curda.  La promessa del riconoscimento internazionale dello Stato Curdo è stata confermata dai militari Peshmerga impegnati nella liberazione di Mosul. Ora più che mai, Erdogan ha riaffermato la sua ostilità a tale ipotesi. “La Turchia continuerà a lottare contro le organizzazioni terroristiche, ovunque si trovino” ha affermato, riferendosi al YPG. L’attenzione ora è puntata su come si muoverà Ankara. Le avvisaglie di Erdogan fanno ipotizzare l’estendere delle operazioni militari turche contro lo YPG alla città di Afrin, dove lo stesso Erdogan ha affermato di considerare “la sua presenza una minaccia per la Turchia”. E’ questa quindi la partita che inevitabilmente dovrà giocare Trump, già alle prese con crisi internazionali che spaziano dall’Asia alla Russia, passando per il Medio Oriente.