Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La sfida del governo possibile a Roma e Baghdad.

di Lorenzo Peluso.

Non solo l’Italia, vive un momento di confusione rispetto alla necessità di individuare un “governo possibile”. Una situazione analoga, se pur con i necessari distinguo, la sta vivendo la popolazione irachena. Un post voto, anche qui, pieno di contraddizioni e difficoltà. La lista del leader sciita Moqtada Sadr, che ha incassato una sostanziale maggioranza relativa nelle elezioni irachene del 12 maggio scorso, ha dunque avviato le trattative con un altro raggruppamento sciita, Hikma, guidato da Ammar al Hakim, per cercare di formare una maggioranza di governo.  La mossa, annunciata dai due leader, sembra voler mettere fuori gioco altre due liste sciite, lo Stato del diritto dell’ex premier Nuri al Maliki e Fatah, guidata da Hadi al Ameri, considerate come espressioni politiche troppo vicine all’Iran. Sadr e Hakim hanno sottolineato di volere formare un governo “attraverso una decisione irachena indipendente” dalle influenze straniere e che vada al di là delle divisioni confessionali. L’alleanza Sayeroun, guidata da Sadr, comprende tra l’altro il Partito comunista iracheno. Una situazione molto complessa che  secondo diversi osservatori politici, potrebbe portare Sadr e Hakim a puntare su una formazione di un governo che includa anche la lista Nasr dell’attuale primo ministro Haidar al Abadi, oltre a formazioni sunnite e curde. “Andiamo verso una nuova fase, per ricostruire l’Iraq attraverso un governo competente”, ha sottolineato il leader Sadr. I risultati ufficiali non sono ancora stati resi noti, ma secondo i conteggi ufficiosi Sayeroun si è piazzato al primo posto con 55 seggi, seguito da Nasr con 51, Fatah con 49, il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) con 28, lo Stato del diritto con 25 e Hikma con 22. E’ quindi necessario creare una coalizione per arrivare alla maggioranza di 165 seggi richiesta per formare il nuovo governo. Insomma, una situazione politica non troppo distante dalla nostra amata Italia. A guardare bene, finanche alcuni punti programmatici sembrano avere correlazione. Lotta alla corruzione ed al clientelismo, un punto fondamentale per  il leader sciita Moqtada Sadr, così come per i pentastellati in Italia; e perché no, la necessità di superare le divisioni settarie e creare un governo composto di “tecnici” competenti invece che di politici, molto simile a ciò che sta accadendo a Roma, sono i punti fondamentali su cui ha basato la campagna elettorale Sadr. Insomma una mobilitazione delle fasce più disagiate della popolazione; un po’ come ha fatto il Movimento 5 Stelle per il Sud. In Iraq quindi è accaduto che le città più povere, hanno premiato largamente l’alleanza “Sairoon”, in grado alla fine di conquistare circa 1,3 milioni di voti e 54 seggi in parlamento sui 329 totali. Una similitudine netta con quanto accaduto in Italia, nel Mezzogiorno, con l’ampio consenso ai pentastellati. In coerenza con le sue inclinazioni nazionaliste, Sadr è molto critico nei confronti dell’influenza USA e delle politiche di Washington in Medio Oriente. Di pari passo, le inclinazioni antieuropeiste di Salvini, in Italia. Un collante certo per l’alleanza Di Maio Salvini, così come un vero mantra anti Stati Uniti, l’alleanza “Sairoon”. L’ondata nazionalista, definita da molti anche populista, è la nuova svolta ideologica che si sta espandendo non solo in Medio Oriente, dunque. Se però il rischio concreto per l’Italia rimane una sorta di “guerra” economico-finanziaria con lo spread che ha iniziato ad impennarsi e con conseguenze di certo nefaste per l’economia del Paese, per l’Iraq il rischio è ben più alto. Le influenze delle scontro tra  Washington e Teheran ed il loro aggravarsi pongono ora l’Iraq a rischio di essere trascinato in una nuova guerra sanguinosa fomentata dagli Stati Uniti in Medio Oriente. Ma questa è un’altra storia.