Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La riforma del Credito Cooperativo ed il sogno dell’elefante di sentirsi una farfalla

di Lorenzo Peluso

Occorre analizzare con molta attenzione le parole del neo presidente di Federcasse, Augusto dell’Erba se si vuole comprendere appieno le necessità del sistema del Credito Cooperativo e le sfide del presente. «Il contratto collettivo nazionale di lavoro delle Bcc ha oggi più che mai un senso e un valore» ha spiegato di recente dell’Erba che alla fine di gennaio ha raccolto il testimone da Alessandro Azzi. Questa è una fase molto delicata per il futuro del Credito cooperativo ed ancor più per il futuro occupazionale di migliaia di addetti al comparto. «Le nostre banche manterranno la forma cooperativa a mutualità prevalente e i fondamenti che caratterizzano da sempre il contratto dei 36mila lavoratori delle Bcc sono quanto mai attuali proprio per accompagnare verso un nuovo e originalissimo assetto il Credito cooperativo e accentuare quei connotati di differenza che caratterizzeranno anche in futuro il modello di business della mutualità bancaria» così ha rassicurato dell’Erba. “Questo ragionamento ha una sua valida applicazione anche per quanto riguarda il futuro delle BCC nel salernitano. In questa storica fase di passaggio ai gruppi bancari cooperativi infatti, scelte avventate, o obbligate, di aggregazioni tra BCC che mirano a creare grandi gruppi, senza però considerare lo stato di solidità delle stesse banche, può essere un rischio elevato” ha commentato il presidente  della BCC di Buonabitacolo, l’avvocato Pasquale Gentile. Un rischio che si basa sui numeri, che nelle banche hanno sempre il loro valore. “Potrebbe accadere che patrimoni e solidità di banche che nel tempo hanno lavorato con eccellenti risultati in alcuni territori debbano poi essere riversati in realtà territoriali che hanno visto protagoniste altre banche con situazioni patrimoniali e finanziarie poco solide o peggio ancora molto deboli” ha aggiunto Gentile. Insomma, come dire, che si è raccolto e si è patrimonializzato a sud e si va a salvare e consolidare a nord. L’aspetto geografico è solo un paradigma che può essere interpretato su scala vasta a livello nazionale ma anche su base provinciale. Le aggregazioni, se pur non obbligatorie, ma certo necessarie, devono essere il frutto di uno studio attento su dove e perché si va ad investire. Lo chiede la logica ma soprattutto il rispetto per le migliaia di soci e dunque di clienti che nelle singole BCC per anni hanno depositato i loro risparmi. In tempi di “vacche grasse” si è raccolto e patrimonializzato molto; urge chiedersi dunque se è logico ed è sicuro per i risparmiatori che quelle stesse fortune vadano a ripianare conti in rosso e questioni difficili di altre banche che operano su altri territori, magari anche molto distanti. Il rischio è certo per i risparmiatori ma anche per i lavoratori del comparto. Inutile citare situazioni drammatiche che hanno visto coinvolte recentemente banche che hanno operato male e che hanno messo a serio rischio anche centinaia se non migliaia di posti di lavoro. Quale quindi la stella polare da seguire in questo inevitabile percorso? Certamente l’obiettivo di mantenere l’identità mutualistica, basando la forza delle BCC su aggregazioni territoriali. Insomma è necessario, a mio modesto avviso, che le aggregazioni siano in continuità territoriale ampliando in questo modo le arre di competenza e la copertura dei territori di prossimità, ulteriormente rafforzando però la solidità delle singole banche. In sintesi occorre confrontarsi e misurarsi, trovare sintesi, tra BCC virtuose. Mi si dirà, e quelle che non lo sono? Quelle che non hanno fatto del virtuosismo un punto fermo, allora sono destinate a scomparire. E’ la legge impietosa del mercato. Una legge che se non viene rispettata potrebbe mettere  a rischio importanti banche che invece, rincorrendo la chimera dei grandi numeri, mettono a repentaglio la loro storia ma soprattutto il loro stesso futuro. Lo stesso presidente di Federcasse dell’Erba osserva che “al momento esistono tre modelli di fare banca: le spa, le BCC e le popolari”. Tra queste, inutile dirlo, è il modello BCC che offre migliore garanzia per i risparmiatori. Come dire che: inutile voler essere per forza una farfalla se in realtà si è un elefante. Lo avete mai visto un elefante che prova a volare? I dati forniti da Federcasse sugli impieghi delle Bcc parlano chiaro: rappresentano il 22,4% del totale dei crediti alle imprese artigiane, il 18,4% all’agricoltura, il 18,6% all’alloggio e ristorazione, il 13,5% al non profit. La riforma dunque, in coerenza con la natura e le finalità delle Bcc non deve mai abbandonare questa strada maestra: le BCC devono continuare ad essere banche del territorio.