Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La recensione del prof. Antonio Capano – As-salamu ‘alaykum per capire il mondo.

del prof. Antonio Capano

Il Cristo Velato del Palazzo del principe Sansevero a Napoli, presso S. Domenico Maggiore, ove è la sede della Grauseditore che ha curato l’editing del diario di guerra,  può considerarsi l’emblema di una “verità velata”, nascosta, che pur apparentemente “manifesta” attraverso le informazioni dei telegiornali e dei servizi mandati in onda dai mass-media, non può , anche se parzialmente, conoscersi, se non  col viverla direttamente, cioè andando sui luoghi, teatro della disumana sciagura della guerra. E lo fa con sicura partecipazione, stante il quotidiano confine tra la vita e la morte, colui, come l’autore del libro,  il giornalista Lorenzo Peluso di Sanza, nel Vallo di Diano, che  in qualità di (“embedded) “incorporato” nel corpo militare italiano svolge la sua “missione”, intesa sia come lavoro professionale che come convinzione che la narrazione degli eventi serva, insieme alla documentazione fotografica, che egli ama aggiungere, a una profonda riflessione su una delle attività, purtroppo, permanenti dell’uomo.

Ma si tratta anche di una continua esperienza personale collegata alla partenza per il fronte che, come giustamente si riporta nei pensieri, probabilmente dell’Autore, che introducono il libro, è conoscenza, ma anche, in progress, trasformazione positiva di sé , un rivedere anche la propria realtà territoriale e domestica con nuovi occhi, il che rientra comunque ,nella dimensione di una vita pienamente vissuta.

Nel libro  edito nel marzo 2016, quindi riflettente uno scenario di guerra da aggiornare tatticamente ed anche politicamente in una edizione più aggiornata, la lezione che se ne trae non muta di fronte alle cruente vicende, ed eterne rimangono, nella loro efficacia  fotografica, le espressioni dei protagonisti degli eventi: la professionalità , la dedizione e la generosità delle truppe italiane nei vari corpi , la vita quotidiana degli uomini, nei loro momenti di preghiera del mattino, nei volti di giovani vittime civili della guerra o  accanto ad anziani, o mentre giocano a Cana, in Libano,  presso il “Mausoleo del ricordo, o sono accanto alla madre nel Kosovo, o, più grandicelli, in Afaganistan trasportano su una motocicletta un familiare, o che ancor più grandi, sono di ritorno con  gli acquisti del mercato, o combattono insieme alle truppe Italiane nell’ambito dell’ONU, o sono ospiti in centri di recupero per tossicodipendenti o per portatori di handicap, come quello di Herat nell’Afganistan occidentale  o sono impegnati nel campo medico, mentre  da anziani, li vediamo al mercato, o con bambini, forse nipotini, o in volti enigmatici di chi ha troppo sofferto e gli è difficile persino abbozzare un sorriso che in altri non manca di fronte al giornalista-fotografo.  La guerra non può bloccare la vita il cui ronzio incessabile si sente nei purtroppo vasti campi di profughi accolti in tempi troppo lunghi nelle tende;  donne giovani con figli ci vengno incontro fotograficamente, forse anche per una implicita richiesta di aiuto,   nel Kosovo, o tra i profughi siriani o nel Mosan Center di Tiro in Libano; qui l’esercito ha collaborato, e probabilmente collabora, ce lo riferirà direttamente  il giornalista Peluso,  in attività di formazione ed integrazione sociale, ha donato aule informatiche, ha rafforzato la falegnameria, ha realizzato corsi formativi sulla preparazione della pizza, nostro emblema nazionale, ma si è anche impegnato in beneficio  dei minori affetti da sindrome di Down che vediamo in una foto, tassello di una realtà da rinnovare. In tale scuola possiamo osservare volti di donne non coperti, che nelle vesti di un colonnello cinquantenne o di un procuratore generale ad Herat, esprimono la determinazione di donne al comando, mentre altre, si mostrano  da sole o con bambini, ci comunicano  la serenità e la fiducia nel futuro  di cui  il Centro è espressione, insieme ad una biblioteca in costruzione, quale baluardo di cultura e di civiltà, antidoti contro ogni guerra,  o donano, come Cristina, una bottiglia di acqua minerale ad una madre fotografata di spalle, nascosta nel suo velo, sicuramente utile anche al bambino che regge in braccio e si appoggia sulle sue spalle.

Le istituzioni religiose, che osserviamo nella moschea musulmana di Prizren o nel monastero ortodosso serbo di Visoki Decani, ambedue in Kosovo, in un periodo in cui sono superati i violenti contrasti, anche religiosi, degli ultimi decenni,  certamente sono di supporto presso le popolazioni vittime della guerra; ma, in questo settore, non sono secondi i militari italiani, ritratti insieme a cappellani militari a Herat, o in volo in Afganistan, o mentre  rendono omaggio ad un commilitone caduto sul campo di battaglia, quale il capitano siciliano trentunenne  Giuseppe La Rosa, dei Bersaglieri, che chi scrive sente il dovere di citare in nome di tutti i caduti  dell’esercito italiano in Afaganistan, morto a Farah l’8 giugno 2013, vittima all’interno del suo mezzo, il LINCE,  di un attentato portato a compimento da un bambino talebano di 11 anni che ha lanciato una granata contro il mezzo causando anche 3 feriti. Altri soldati italiani li vediamo impegnati nello sminamento di ordigni lungo le strade percorse dai convogli militari o in azione contro forze talebane o lungo la Ring Road, la principale strada in Afganistan della lunghezza di circa 2000 kilometri, o in Kosovo in una operazione di controllo nell’area nord di Pristina o in una pattuglia di controllo presso Naqoura nel Libano meridionale, o lungo la blue Line al confine Libano-Israele, al comando del Generale Paolo Serra.

Se poniamo la nostra attenzione specificamente al testo del volume, di cui analizziamo, per la complessità delle situazioni delle aree trattate, quella afgana, la prefazione di Nico Piro, inviato speciale di guerra del TG3 della RAI, ci fa riflettere sulla retorica politica dei “nostri ragazzi” al fronte, sulla <<“rimozione” dalla vita nazionale di queste missioni>>,  tacito compromesso nell’agone politico, ma anche sul cambiamento profondo del proprio Io, che il partecipare a tali vicende si è innescato nei protagonisti,  che ormai non ripartono  <<solo per lo stipendio doppio, che chiude il mutuo…>>; e  <<se qualcuno parte per andare incontro al rischio di morire con l’entusiasmo di un bambino il giorno della befana>> essi lasciano ricordi indelebili ed un rinnovamento di coscienza  nei giornalisti e nelle comunità dalle quali i soldati sono partiti e nelle quali hanno condiviso esperienze al limite, in cui la generosità e la comprensione travalicano spesso i dettami suggeriti dalla razionalità e dalla convenienza.

E’ lo stesso cambiamento che ha coinvolto il nostro giornalista Lorenzo Peluso, che ha riposto i suoi, per lui “preziosi” appunti accanto alla documentazione “ oggettiva” di una precisa realtà, quella della guerra, in un taccuino e nella macchina fotografica, guidato prima dal cuore che dalla mente,  dall’<<obbligo di condividere con il mondo l’apprezzamento, la stima, l’orgoglio, la riconoscenza verso quelle persone che, incontrate, magari, anche solo per caso,  hanno cambiato la nostra vita, – egli quasi ci confida -, perché <<l’hanno arricchita, migliorata, l’hanno resa degna di essere vissuta>>.

Quasi in un bagni iniziatico in cui si è immersi d’un tratto, in Afganistan, appena giunti, di notte, <<quel cielo che tocchi con un dito ti rapisce, con la sua luminosità ti entra nell’anima,,, quel cielo meraviglioso e carico di speranza>>, che , aggiungiamo, ti frastorna, ti impedisce, anche se stanco per il lungo viaggio, di prendere sonno ti fa precipitare in una dimensione misteriosa di attese, quasi un  filtro prima di imbatterci, con tutta la sua drammaticità, in una nuova e complessa realtà..

In un primo capitolo intitolato Uomini, Peluso ci informa, quasi leggendo i nomi su un monumento ai caduti, degli italiani morti al servizio per la patria, iniziando dal più recente del 2013, il citato bersagliere, il maggiore Giuseppe De Rosa. Andando a ritroso negli anni, apprendiamo in questo che è anche un diario di guerra, di vite spezzate per ordigni esplosivi, posti lungo la strada o fatti esplodere da kamikaze, o durante raid per la liberazione di prigionieri dei talebani,  per ferite mortali,  persino per malori sopraggiunti in difficili eed estreme condizioni di vita, o per aver operato nell’addestramento della polizia locale o per aver indagato nel traffico di oppio, per il quale Peluso non esita a manifestare sospetti sugli accordi tra produttori e case farmaceutiche europee; né mancano alcuni casi di suicidio o  di morti per  fatalità, a causa del rientro anticipato e imprevisto del militare nella zona operativa. Ma sono vittime di guerra anche due civili, una funzionaria dell’Organizzazione Internazionale Migranti e un cooperante bergamasco, “caduti” anch’essi in  attacchi talebani a Kabul, che portano il numero delle vittime al 2016  a 55, mentre i feriti risultano più di 650.

Riferendosi con maggiore attenzione alla zona di guerra afgana, nel capitolo “Le donne dell’Afganistan”, le vediamo riflesse nel colonnello Sima Pazhman dell’esercito afgano, risoluta donna in carriera, madre di sette figli  che studiano all’università di Mosca e di Herat, quest’ultima con  la significativa percentuale del 45% circa di studentesse su 14.000 studenti, giovani che rappresentano il futuro di una nazione, cui contribuisce positivamente l’esercito italiano che ella ringrazia; mentre, nei detenuti del carcere di Herat di cui ella è direttrice, 3200 detenuti di cui 160 donne, si documenta, pur se  ampliato e ristrutturato dagli Italiani, che hanno posto fine a precedenti ed estreme condizioni di vita, un Afganistan ancora preda della violenza, in buona parte consumata tra le mura domestiche, a danno di donne che hanno dovuto sposare da giovani “anziani uomini di potere, violenti e aggressivi” e che si sono cruentemente ribellate, mentre altre  vi sono rinchiuse per accuse di prostituzione, furto e spaccio di droga.

La speranza di un futuro migliore e di un riscatto della condizione femminile che i talebani cercano di impedire, sono rappresentati anche dalla figura di Maria Bashir, procuratore Generale poco più che quarantenne , di Harat, che vive sotto scorta, essendo invisa ai talebani, di cui è impegnata ad impedire le discriminazioni verso le donne ed i lucrosi traffici internazionali dfi oppio, ed è cosciente che, ripetiamo con le parole di una sua  dichiarazione riportata da Peluso, <<L’Afganistan può vincere la sua  battaglia culturale; lo può fare perché oggi inizia a comprendere il valore ed il ruolo della donna. Sono le stesse donne che, imparando a conoscere i propri diritti, ora si rispettano e pretendono maggior rispetto. Il nostro amato Paese può vincere questa sfida solo se continua ad investire e credere nell’istruzione dei nostri giovani>>; e con Peluso anche noi pensiamo che << poter scegliere se indossare il burqa o l’hijab, ad esempio, certamente uno dei temi dibattuti nel “Giardino delle donne” di Herat, – è un primo  piccolo ma importante e significativo motivo di speranza nel futuro>>.

In tale giardino le donne vestono quasi all’occidentale , coprono il capo solo con un velo, e dal 2005 si sono create “case protette” ove le donne oppresse in ambito familiare o desiderose di un riscatto  trovano consulenza gratuita, dichiara Suraya Pakzad in un inglese fluido. Lei che è a capo di un’organizzazione non governativa che tutela le donne oppresse e lavora per  la nascita di una cultura dell’impresa che riguardi l’universo femminile afgano, e le sue <<grandi potenzialità per troppi anni  tenute nascoste>>,  non per  responsabilità della religione, per la quale << l’uomo e la donna sono uguali dinanzi a Dio!>>  ma per la <<politica del potere che alcuni uomini hanno voluto imporre al nostro popolo>>, come riporta il nostro giornalista, che ci informa, a conferma, della locale squadra femminile di cricket.

Esemplare l’attività anche della siciliana Cristina Zuccarello, brillante diplomatica, di cui Peluso ci presenta un  efficace profilo nel libro. Forte dell’esperienza presso i campi profughi palestinesi,  ora è in Afganistan nella Cooperazione Internazionale, per alleviare le ferite di un Paese ove << la vita media non dura più di 40 anni>>, a causa della mancanza di cibo,  della scarsità di acqua potabile, di  gravi problemi sanitari,  dell’altissima  mortalità infantile e della mortalità materna, di fronte ad un’economia basata << sull’unica grossa fonte di reddito locale, la coltivazione del papavero da oppio, di cui il 90% della produzione mondiale arriva proprio da qui>>, raggiungendo nel Paese il 20/30% del PIL; causa, questa, dell’alto numero di tossicodipendenti, per gli << oppiacei impiegati come antidolorifici naturali, al cui uso, scrive Peluso –  la  popolazione afgana è abituata fin dai primi anni di vita….>>. Purtroppo, anche il nostro Autore deve constatare che << Sono davvero pochi  i ragazzi che riescono ad uscirne fuori. Almeno l’80% di loro, dopo un anno,  piomba di nuovo nell’oscurità della tossicodipendenza… Ad Herat si stima che almeno il 18% dei soggetti che fa uso di droghe per iniezione endovenosa sia affetto da HIV>>.

Gli Italiani, con i loro fondi, collaborando con altre Istituzioni o in proprio, per specifici obiettivi, sempre concordati con i patners, hanno favorito il rientro di emigrati in Afganistan,  hanno distribuito generi di prima necessità nelle zone rurali, si sono impegnati per la diminuzione degli indici di mortalità infantile e materna e nell’assistenza delle donne vittime di gravi ustioni  per violenze domestiche,  nel facilitare alla popolazione l’accesso a servizi sanitari e nella prevenzione della tubercolosi, favorita dalla mancanza di igiene e di prevenzione. Inoltre,  hanno costruite o ristrutturate 130 scuole al 2016, consentendo a studentesse di diplomarsi (rappresentano il 50% dei diplomati) e di laurearsi; hanno realizzato strade di collegamento con villaggi e aree urbane, ponti, canali di irrigazione, pozzi, l’Ospedale Pediatrico di Herat con 100 posti letto, e, a breve,si legge nel lbro, e sicuramente già cpmpiute, la biblioteca di Herat e il Carcere femminile, in quanto, ripetiamo con  Mariano Asunis, cappellano militare della Brigata Sassari: <<Il sangue versato rende la terra fertile>>, ed anche che << il sangue versato è un seme che nel tempo fa germogliare la pace>>; piangendo, ricorda i tanti soldati che ha visto morire, come le 19 vite spezzate alla base militare italiane in Iraq a Nassiriya (12 novembre 2003),  o che ha accompagnato nell’ultimo viaggio in Italia; e se la fede in zona di guerra, ne è convinto,  << può solo crescere, espandersi, allargare il cuore>>, d’altro canto occorre per noi italiani, <<spesso poco attenti e poco rispettosi dei nostri giovani che onorano il Tricolore>>,  ricordare <<sempre, il sacrificio di questi nostri fratelli… Non dobbiamo dimenticare. E’ questo il senso della vita che rinasce dalla morte>>, un eterno e salvifico messaggio di civiltà, tramandatoci dagli antichi pitagorici della Magna Grecia, di cui, spesso, non siamo degni figli.

E’ iniziata dal 2015 una nuova fase per l’esercito italiano, i cui effettivi sono scesi da 1100 a circa 500 unità, secondo un progetto, ci spiega Peluso, che <<dovrebbe consegnare definitivamente il “Paese degli aquiloni” nelle mani di un governo stabile e di Istituzioni riconosciute ed affidabili… L’impegno militare e di intelligens ora passa nelle mani delle forze armate Afgane>>, di cui ben 150.000 sono stati addestrati dagli Italiani, che, inoltre, <<hanno alimentato la coesione nazionale tra le forze di sicurezza ed hanno responsabilizzato i capi-villaggio e le autorità regionali>>. Con l’operazione Itaca 2  è allora iniziato il colossale trasferimento di parte dell’attrezzatura di  Camp Arena al porto di Salerno, da << un Paese , ci confida ancora una volta Peluso, di cui ora ci sentiamo, improvvisamente, fraterni amici, così come lui insieme ad un ufficiale dopo una intensa condivisione emotiva su italiani vittime di guerra, – impegnato nell’ultima e delicata battaglia contro i propri fantasmi, L’Afganistan guarda verso l’orizzonte, anche se è non  difficile scorgere purtroppo ancora molte ombre>>.

Queste possono essere schiarite dall’attività della radio Bayan West, un’emittente che  << informa  e parla in modo semplice alla popolazione dei villaggi rurali>>, composta da sette giornalisti afgani, cinque uomini e due donne, formati con rigore per nove anni dal suo  direttore , il  capitano  Alessandro Faraò, con programmi dedicati ai bambini, al pubblico femminile, all’agricoltura, alle tradizioni, alla cultura, con una segreteria telefonica attiva  24 ore in cui tutti possono inviare loro messaggi,  <<chiave – questa, ribadiamo, ormai convinti, anche noi , grazie alla testimonianza avvincente di Lorenzo – per aprire le menti del popolo afgano per troppo tempo tenuto al buio della conoscenza dall’integralismo talebano>>. Lezione che non perde di freschezza ai nostri giorni nell’impatto sempre più drammatico con i flussi immigratori e dal confronto di civiltà e religioni. Grazie Lorenzo.