Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La politica gioca, in Italia intanto ci sono 5 milioni di persone in povertà assoluta.

di Lorenzo Peluso.

Essere in “povertà assoluta” significa non avere i mezzi per vivere con dignità. Secondo l’Istat sono in questa condizione 5 milioni di persone, ovvero 1,8 milioni di famiglie, l’8,3% della popolazione residente. Proviamo a fare il punto, partendo dal libro “Contro la povertà” di Emanuele Ranci Ortigosa nel quale si riporta in termini pratici cosa significa essere in povertà assoluta. Dopo quasi dieci anni di crisi, la povertà assoluta in Italia è raddoppiata: nel 2005 circa 2 milioni di persone si trovavano in questa condizione, ovvero il 3,3% della popolazione. Tra il 2011 e il 2013 l’incremento più drammatico: in un solo triennio i poveri assoluti sono passati dal 4,4 al 7,3% della popolazione. Nel 2017 sono l’8,3%. La maggior parte di coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta risiede nel Mezzogiorno. Sono ben il 56,1% del totale. Insomma, la povertà continua ad aumentare tra le fasce più giovani e così aumenta anche il divario di reddito tra generazioni e inter-generazionale. Nel 2007 l’incidenza della povertà tra i giovani tra i 18 e i 34 anni era del 2,7%. Oggi il dato è più che triplicato, e sfiora il 10%. Ed è raddoppiato se si prendono in considerazione gli adulti tra i 35 e i 64 anni tra cui ci sono molti genitori dei giovani “poveri”. Significa, scrive Emanuele Ranci Ortigosa, che a entrare in crisi sono soprattutto le famiglie. E vivere in una famiglia in condizioni di povertà penalizza seriamente le prospettive dei bambini. In assoluto la categoria più colpita. Un rapporto del McKinsey Global Institute, “più poveri dei genitori? Il reddito piatto o in calo nelle economie avanzate” rileva che tra il 2005 e il 2014 circa il 70% delle famiglie europee ha subito una diminuzione o uno stallo della propria condizione economica, che riguarda addirittura il 97% delle famiglie in Italia. I Millennials sono più poveri della generazione precedente di ben il 17%. Osservando la ripartizione della spesa sociale tra classi d’età risulta evidente lo squilibrio. Uno studio di Openpolis suddivide la popolazione in 4 fasce d’età e mostra come la povertà tra gli anziani sia diminuita dal 4,4% del 2007 al 3,8% del 2016. Del resto, “solo il 4% della spesa sociale va a chi ha meno di 40 anni” e diventa il 26% se si escludono le pensioni. “Mentre per gli over 65 è il 35%” scrive Boeri nella prefazione del libro di Emanuele Ranci Ortigosa “Contro la povertà”. Eurostat ci dice che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Anche Oxfam denuncia le mancanze del sistema economico attuale, che “consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre nel mondo centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame”. L’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricco della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%. In Italia a metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta mentre il 50% più povero possedeva solo l’8,5%. L’Italia ha registrato negli anni della crisi uno dei maggiori aumenti di disparità nella distribuzione del reddito tra i paesi Ocse con il risultato che i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri sempre più poveri e che la mobilità intergenerazionale è praticamente ferma. Chi è in difficoltà economiche vive una condizione di fragilità che gli rende difficile cogliere le opportunità, sfruttare il proprio talento, cercare di riscattarsi. Osserva Ranci Ortigosa che livelli di povertà e disuguaglianza elevati come gli attuali costituiscono un impedimento per lo sviluppo del capitale umano e per la crescita economica tali da poter essere considerati la sfida dei prossimi anni, la “questione sociale più rilevante accanto e unitamente a quelle del lavoro e dell’occupazione”. Preoccupa soprattutto la “trasmissione” generazionale della povertà, “di padre in figlio”. Già solo ridurla significherebbe mettere un freno al dilagare della disuguaglianza.  In Italia il numero di bambini ed adolescenti che vivono in condizioni di povertà assoluta è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni. Oggi sono coinvolti 1 milione e trecentomila minori, il 12,5%. Negli anni 60-70 la scuola era percepita come “ascensore sociale” che aiutava chi non aveva la fortuna di nascere nella famiglia giusta o nel luogo giusto a “spezzare la catena”. Oggi, che l’accesso all’istruzione è alla portata di tutti (o quasi), non è più così. Anzi, rispetto ai loro coetanei, i bambini delle famiglie più povere hanno una maggiore probabilità di fallimento scolastico, di abbandonare precocemente la scuola e non raggiungere mai livelli minimi di apprendimento. Così, privati dell’opportunità di sviluppare i propri talenti, soffriranno probabilmente la privazione economica e sociale da adulti. Secondo l’indagine OCSE-PISA (Programme for International Student Assessment), che accerta l’apprendimento dei minori scolarizzati, sono più di 100.000 su un totale di quasi mezzo milione (il 20%) gli alunni di 15 anni che non raggiungono i livelli minimi di competenze in matematica e lettura in Italia. Nella maggior parte dei casi provengono da contesti svantaggiati. I dati sono confermati anche dai risultati delle prove Invalsi 2017