Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La pericolosità dell’imbecille. Tra Drieu la Rochelle, Pirandello e Umberto Eco.

di Lorenzo Peluso.

Leggere aiuta a comprendere, questo è chiaro. Leggere aiuta a conoscere e spesso a trovare spiegazioni ai quesiti del quotidiano. “Non mancano imbecilli e falliti, il mondo n’è pieno” sosteneva lo scrittore Drieu la Rochelle, in modo ironico, già negli anni Trenta. Drieu la Rochelle, per chi non lo ricorda, fu Direttore de la Nouvelle Revue française, la rivista punto di riferimento dell’establishment letterario francese. Il fascino dei suoi romanzi è legato non solo alla loro efficacia letteraria, ma anche al fatto che lo scrittore francese è diventato il simbolo di una generazione. Tutta la sua narrativa è un lungo monologo in cui fantasia e confessione si intrecciano inestricabilmente. Altro riferimento letterario importante per comprendere l’essenza dell’imbecille è di certo la commedia in un atto, scritta da Luigi Pirandello, della quale in verità s’ignora la data di composizione, “L’imbecille”, appunto. È una vivace dimostrazione della vacuità dei giudizi umani quando sono det­tati da interesse politico ma anche del modo ben diverso di giudicare di chi, vede le cose con superiore distacco. Ne L’imbecille vi è la fotografia esatta di un’Italietta provinciale già intrisa di quel fervore partitocratico così vibrato e ottuso da produrre, di lì a poco, l’oscurantismo del fascismo. L’imbecille è davvero uno spaccato di un’Italia sempre più nera; un quadro convulso e paradossale dell’animosa faziosità politica che mostra la viltà dell’inganno, il rovesciamento del senso della realtà. Con L’imbecille Pirandello affronta i conflitti tra verità assoluta e illusione, tra coraggio e rifiuto di ciò che esiste sotto i nostri occhi.

Altro riferimento molto interessante per comprendere il senso stesso dell’imbecille lo offre un altro grande maestro: Umberto Eco. Lui sosteneva: “Ho fatto una distinzione, in uno dei miei libri, fra l’imbecille, il cretino e lo stupido. Il cretino non ci interessa. È quello che porta il cucchiaio verso la fronte anziché puntare alla bocca; è quello che non capisce quello che gli dici. Il suo caso è semplice. L’imbecillità, invece è una qualità sociale e, per quel che mi riguarda, puoi anche chiamarla diversamente visto che per alcuni ‘stupido’ e ‘imbecille’ sono la stessa cosa. L’imbecille è colui che in un certo momento dirà esattamente quello che non dovrebbe dire. Lo stupido invece è diverso; il suo deficit non è sociale ma logico. A prima vista sembra che ragioni in modo corretto; è difficile accorgersi immediatamente che non è così. Per questo è pericoloso. Ecco, credo che dovremo occuparci specificamente dello stupido”. Davvero meraviglioso questo pensiero di Umberto Eco. Dunque, ora tutto è più chiaro e comprensibile. L’imbecille, ma anche lo stupido, è un soggetto di cui aver preoccupazione, soprattutto nell’agone della politica che spesso tende a nascondere la verità dei fatti.

L’imbecille dunque è colui che mistifica la realtà, ne nasconde l’essenza, colui che prende un pezzo di realtà, ne estrapola la sua verità, la rende menzogna e la diffonde senza pudore. Lo fa perché non avendo il coraggio della misura sul piano del confronto prova a trovare consenso in coloro che ritiene suoi pari. Badate bene però, l’imbecille non è l’inetto, insomma il “Cetto La Qualunque” di turno; non è neppure il cosiddetto “Uomo Nero”, colui che si nasconde manipolando l’inetto e pure l’imbecille. L’imbecille è l’uomo terzo, in tutto. Ancora il grande maestro Eco è chiarificatore di tutto: “Possiamo insistere sui progressi della cultura, che sono manifesti e che toccano categorie sociali che prima ne erano escluse. Ma contemporaneamente, c’è sempre più imbecillità. Non è che, perché stavano zitti, i contadini di un tempo fossero scemi. Essere colti non significa necessariamente essere intelligenti. No. Ma oggi tutte queste persone vogliono farsi sentire e fatalmente, in alcuni casi, ci fanno sentire solo la loro imbecillità. Quindi possiamo dire che l’imbecillità di un tempo non si esponeva, non si faceva riconoscere, mentre adesso offende le nostre giornate”.