Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La parola omosessualità.

di Giancarlo Guercio, Sindaco di Buonabitacolo

Il 25 maggio 1990 rappresenta una data per certi versi storica. Dagli elenchi dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), alla voce “patologie” viene depennata la parola omosessualità. Finalmente si prende atto che non si tratta di una malattia, ma di un fenomeno che attiene ad altre questioni (biologiche, psicologiche, ambientali, comportamentali) non certamente patologiche. Assodato questo aspetto, dal quale non si può prescindere data l’autorevolezza e la fondatezza della fonte, è opportuno stabilire i requisiti e i termini sui quali imbastire il ragionamento onde evitare di derubricare la faccenda a mero chiacchiericcio qualunquista. Ritengo sia quindi doveroso partecipare alla discussione approcciandomi ad essi con atteggiamento ponderato e serio.

La mia riflessione intende innervarsi intorno a due problemi specifici: da un lato quello dell’omosessualità, dall’altro quello della famiglia. Come si sa dal 29 al 31 marzo prossimi Verona ospiterà un prestigioso convegno sulla famiglia tradizionale (prestigioso dato soprattutto il ragguardevole parterre di rappresentanti istituzionali e scienziati del settore) che appunto si confronteranno sul senso e sul concetto di famiglia. Non poche anticipazioni sono state già rilanciate dagli stessi organizzatori e dagli organi di stampa, né sono mancate note polemiche soprattutto in riferimento al tipo di relatori che prenderanno parte alla kermesse e ad alcune loro esternazioni espresse in precedenti circostanze. A tenere banco le dichiarazioni della parlamentare ugandese, punta di diamante del convegno veronese. La signora ha affermato che «l’omosessualità andrebbe sanzionata con la pena di morte» e la deputata africana non è solista: è in ottima compagnia in un coro di esternazioni piuttosto delicate promosse da altri autorevoli rappresentanti istituzionali.

A questo punto mi piace inserirmi nella discussione proprio come rappresentante istituzionale. Certamente meno autorevole, ma quantomeno scelto e voluto da un popolo che nel giugno 2017 mi ha voluto eleggere Sindaco. Non ho mai fatto troppo mistero della mia omosessualità, né l’ho mai ostentata. Semplicemente, da quando ho coscienza d’essere, mi sono vissuto per quel che sono e ho raggiunto una sostanziale serenità, una certa armonia quando ho chiarito a me stesso e agli altri quali dovessero essere i termini delle relazioni umane e del vivere civile. Quando sono stato eletto i miei concittadini sapevano tranquillamente chi fossi e come menassi la mia esistenza. A nessuno è risultata riprovevole la mia “condotta”, essendo tra l’altro componente di una famiglia seria, stimata e ricca di valori. Si pensi che ho anche un fratello sacerdote il cui mandato è apprezzato e riconosciuto ovunque per spirito di abnegazione e per quanto si prodighi per l’altro, chiunque esso sia. Siamo così di famiglia. I miei genitori hanno allevato figli da consegnare all’altro, all’umanità, con un grande atteggiamento di amorevolezza e di accoglienza. Siamo composti di principi che pongono alla base il rispetto per l’altro e la considerazione di ogni dignità umana. Fatta la premessa, che mi sembrava doverosa per comprendere i termini della riflessione, entro nel merito dell’argomento omosessualità e famiglia, auspicando un confronto che sappia muoversi nell’ambito del rispetto e della considerazione della dignità umana (lo rimarco per eccesso di zelo e perché non mi rendo più disponibile ad ascoltare o leggere esternazioni triviali, di bassa lega e soprattutto disumane!). Un omosessuale, sia esso maschio o femmina, non fa la scelta di essere omosessuale, nasce omosessuale. Egli (o ella) è figlio dell’incontro tra un gene maschile e uno femminile, secondo il processo generativo e di nascita che riguarda tutti i mammiferi. Nessun incidente di percorso: questioni cromosomiche e biologiche rendono vita autentica il frutto di quel magico e meraviglioso incontro. Ogni vita è un miracolo. Tutte, nessuna esclusa. E di fronte a questo miracolo, come ci ricorda Benigni, ci si può solo inchinare. La predisposizione biologica e cromosomica può essere inoltre incentivata dal contesto ambientale in cui è allevato l’infante. E qual è il contesto ambientale immediatamente prossimo ad ogni bambino? Sì, proprio quello: la famiglia. Abbiamo quindi assodato un altro fondamentale aspetto: un giovane che si “professa” omosessuale (come se si potesse scegliere di appartenere a una qualsiasi setta!) arriva ad affermarsi in quel modo perché è figlio proprio di quei genitori ed è cresciuto proprio in quella determinata famiglia. Altrimenti non sarebbe omosessuale.. altrimenti non sarebbe nato..! Quel giovane può semmai scegliere il modo in cui vivere la propria omosessualità, e su questo aspetto non biasimo che ad esempio evidenzia certe esasperazioni comportamentali che talvolta sono figlie di disagi.

Se così stanno le cose, se l’omosessualità si verifica per fattori naturali ed è sollecitata dal tipo di relazione familiare, dov’è il dramma? Perché deve rappresentare un problema per la pubblica incolumità? Perché si fa tanta difficoltà ad accogliere, con umanità e disponibilità, una questione del tutto naturale? Perché si arriva addirittura al punto di dichiarare che la faccenda andrebbe risolta con la pena di morte? La risposta è una sola. Come per altre, false e inutili questioni, a creare il problema è solo l’ignoranza. E purtroppo sappiamo – constatazione amarissima – quanto i tempi attuali siano caratterizzati da questo fattore. L’ignoranza dilaga ed è tristemente sostenuta da recenti quanto originali forme d’esistenza che si disseminano in ambienti mistificatori e illusori, come alcuni social, che non sempre favoriscono azioni di progresso; producono anzi una regressione spaventosa in grado di generare opinione e di determinare scelte. Un vero danno per lo sviluppo dell’umanità, questo si, un problema seri: dannosi sono i linguaggi con cui si affrontano i temi, deleteri sono i criteri con cui si analizzano le tante questioni impellenti, rovinosi sono gli esiti a cui spesso, e con troppa faciloneria, si giunge, senza mostrare né ragionevolezza né ponderatezza.

L’omosessualità oggi è un problema, come lo è la famiglia. La prima è problema nella misura in cui un giovane che sente di essere tale deve combattere e battagliare contro un mondo ostico, ipocrita, fatto di volgarità e insipienza, incapace di accogliere e volto alla esclusione dell’altro (oggi l’omosessuale, domani il migrante, dopodomani la professoressa presa a pugni dall’alunno, il giorno dopo il personale ospedaliero minacciato dal paziente, e così via, sempre più in basso, nel baratro). La famiglia, dal canto suo, può rappresentare un problema quando i suoi componenti si lasciano incantare, senza sviluppare nessun senso critico, dalle spire di una seducente modernità, fatta di finzioni e mistificazioni, fatta di apparenze e ipocrisie. Queste sono alcune delle minacce vere. Ma l’uomo, ogni singolo individuo, ha la prerogativa di evolvere, di progredire, di affrontare e superare la catastrofe, di sciogliere in catarsi ogni tragos che si presenti nella sua ineffabile esistenza. È insita nell’essenza di ogni individuo la capacità di comprendere, accogliere e superare ogni forma di discrasia. Perché mai debbano allora alimentarsi forme disumane di ipocrisia e di violenza, quale vera soddisfazione può provare un padre o una madre che non ha saputo ascoltare e accogliere il figlio che ha generato, preferendo di rifiutarlo o escluderlo dalle relazioni affettive in quanto diverso o malato o sbagliato? Diverso da chi? Sbagliato rispetto a cosa? C’è da chiedersi, allora, perché non lo si vuole fare, a chi faccia comodo che le cosiddette masse restino nel fango della insipienza e sottostiano ai dettami di qualche improvvisato scienziato che propugna pene di morte e respingimenti per ogni forma di alterità e autenticità. Eppure la storia dovrebbe insegnare (almeno così la pensava chi ci ha preceduto!): i momenti in cui l’umanità ha raggiunto livelli più elevati, è avanzata, è progredita, scaturiscono dalla capacità di dialogare, incontrarsi e procedere insieme. Penso a Pericle e al suo Peloponneso, a Federico II e alla sua mirabile corte, al Rinascimento italiano, al Settecento illuministico. Tutti periodi (se ne potrebbero citare molti altri) che sono connotati dalla bellezza dell’incontro con l’altro e dai risultati di questi incontri. Sono state generate così le leggi, il senso architettonico delle città, gli stili di vita, la regimentazione del suolo e l’agricoltura, la gastronomia. Non a caso noi siamo l’Italia!

Dov’è allora il problema? È solo e soltanto una questione di ignoranza, è solo paura e limite dettato dall’ignoranza. Roba per ignavi e “animelle”, come diceva un caro e compianto Sindaco che mi ha preceduto nella guida dell’Ente che così orgogliosamente rappresento. Ogni individuo ha le sue autenticità, e non si pensi che il clima d’odio che oggi si riserva al migrante perché è nero o all’omosessuale perché è un malato pervertito domani, per un qualsiasi motivo o pretesto, non si applichi per altre questioni, per altri “falsi problemi”. Sono consapevole che il mio è forse un discorso per pochi. Non nel senso che l’argomento è di difficile comprensione. Tutt’altro. È anzi talmente semplice che disturba, scotta, infastidisce. Perché la verità si sa sortisce questo tipo di effetti e non tutti sono in grado di vivere nell’autenticità delle cose, per una miriade di ragioni.

Ma la gravità di certe esternazioni e l’inopportunità di taluni atteggiamenti oggi va seriamente discussa. Se ci diciamo esseri umani, se i nostri processi esistenziali fondano su una base etica vera, non possiamo affatto sottrarci dall’affrontare le questioni in modo consapevole, ponderato e ragionevole. Viviamo tempi che sostengono il dialogo e l’apertura, copriamo distanze fisiche e temporali in modo sempre più agevole, facilitati quali siamo dalla tecnologia e da certe economie. Basta guardarsi intorno per comprendere con quanta facilità o arbitrarietà possono attuarsi processi di sviluppo così come possono attestarsi fallimenti e disastri. L’odio e la repressione non producono progresso né benessere. Ostacolano i processi di sviluppo e corroborano la caduta regressiva della società. Noi italiani, noi istituzioni, noi cittadini consapevoli non possiamo permettercelo: siamo già in ritardo su tanti, troppi temi di interesse globale. Ritengo quindi che per i motivi fin qui addotti non sia propriamente opportuno che alte cariche del Governo (come i Ministri Fontana e Salvini) e delle Istituzioni italiane (come il Deputato Pillon) partecipino a un convegno seriamente discutibile per modalità e tipologia di contenuti. Quei contenuti sostenuti anche da una certa Chiesa (Cardinal Parolin, ndr.) che non sempre si allinea con le aspirazioni alte e ricche di valori espresse da Papa Francesco. Si sappia dunque accogliere con una certa disponibilità l’altro, le sue autenticità, le sue necessità, e si definisca un processo anche legislativo che tuteli i diritti veri e universali della persona, la sua dignità e il rispetto che ad essa, con amore, va riservata. Tutto il resto è secondario e attiene ai confini mentali delle menti piccole.