Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La morte dei piccoli Comuni e la fine annunciata di un Paese

di Lorenzo Peluso.

Comuni in crisi. Certo, come potrebbe essere altrimenti. Comuni lasciati da soli da uno Stato centrale che propinando il tanto sventolato “decentramento” delle funzioni ha dimenticato che la sopravvivenza delle piccole autonomie locali per oltre 70 anni si è basata sul trasferimento delle risorse che lo Stato ha incamerato, ed incamera dal pagamento delle tasse e dei tributi da parte dei cittadini. Uno Stato che ha dimenticato il principio del “mutualismo” facendo in modo che, in una nazione che si riconosce sotto la stessa bandiera e con gli stessi valori, chi è più forte aiuta il più debole. Si badi bene, questo non è un ragionamento che vale solo per i comuni del Mezzogiorno. No. E’ l’intero sistema dei Comuni italiani ad essere in crisi profonda di liquidità. Nessuno dimentica comunque l’assistenzialismo, così è stato chiamato per decine di anni, verso tanti Comuni che probabilmente non hanno neppure saputo sfruttare il periodo delle “vacche grasse”. Ma questa non può essere una giustificazione all’abbandono totale che negli ultimi anni, a colpi di riforme che evidentemente non funzionano, hanno reso i Comuni poveri, sviliti, spopolati; da nord a sud. Vivono, e rinvigoriscono solo i grandi centri. Anche questo è un fatto. Eppure questo Paese trova la sua naturale connotazione proprio dai Comuni, gli oltre 8.000 gonfaloni. la domanda è persino molto semplice: come può un piccolo Comune con poche centinaia di anime, garantire servizi essenziali ai cittadini se i tributi che gli vengono versati non bastano neppure a pagare gli stipendi dei propri dipendenti? Certo, alcuni di voi penseranno agli sprechi. Certo, ci sono anche quelli. Di certo non si può parlare di emolumenti ai consiglieri comunali e sindaci, ridicoli per quantità rispetto all’impegno che un sindaco o un’assessore, deve dedicare al bene comune. Sempre che lo facciano, sia chiaro. Insomma i Comuni muoiono, giorno dopo giorno. Ci si aggrappa a nuove sperimentali ipotesi di aggregazione per sopperire a questa agonia, una morte lenta e dolorosa. Unioni di Comuni, servizi associati. Addirittura fusioni di municipalità. In realtà, quello che non si fa e che viceversa potrebbe davvero dare risultati, è dare l’autonomia piena ai Comuni di poter decidere, programmare ed agire, nel rispetto delle regole certo, ma per il bene comune. Il punto di partenza è certo il non considerare le singole peculiarità di un Comune. Un esempio per tutti: se un Comune montano ha migliaia di ettari di boschi, patrimonio forestale su cui per secoli si è basata l’economia locale, non lo si può imbalsamare imponendo regole restrittive che fanno diventare quegli stessi boschi, aree vetuste, dove nulla è consentito se non il rispetto dell’ambiente. Valori certo che tutti condividiamo. ma imposizioni che fanno dimenticare che quello che oggi abbiamo, paradossalmente, è il frutto di come per secoli l’uomo ha interagito con la stessa natura e dunque con le stesse foreste. E’ certo questo solo un esempio. Ma mi vien da pensare a come si può immaginare di imporre le stesse regole, le stesse restrizioni, da nord a sud del Paese, senza considerare, ad esempio, che un piccolo allevamento di bestiame, per secoli ha dato da vivere a famiglie intere, contribuendo anche e soprattutto all’emancipazione culturale ed al salto sociale. In parole povere, miglia di contadini al Sud, Accudendo qualche capo di bestiame nella stalla sotto casa, hanno vissuto, hanno persino consentito ai figli di studiare e di portare a casa una laurea. Oggi, questo modello di economia rurale, su base locale, non esiste più. Dunque quale futuro ci può essere in un piccolo comune, dove la popolazione invecchia ogni giorno ed i giovani scappano via dalla disperazione? Nessuno davvero se non interviene lo Stato centrale mostrando un’attenzione necessaria verso quella che per questo Paese è l’anticamera della fine. Per decenni, solo perché è convenuto e non poco, all’allora classe politica del Paese, si è fatto dell’assistenzialismo un punto cruciale per garantire il potere in mani di pochi. Ora, si tenda di cambiare il corso della storia abbandonando al loro destino gli ultimi, i più piccoli. Non funziona così; non può funzionare. Occorre rimettere al centro della politica nazionale la questione “meridionale” che ora è anche quella “settentrionale”. Occorre rivedere al più presto il modello di decentramento che punti sui comuni, che agli stessi vadano date risorse necessarie ed autonomia gestionale e decisionale concreta. Si eliminino certo le Province, ma per davvero. Si riducano le funzioni delle Regioni dando autonomia di scelta ai Comuni. Di conseguenza ridurranno i costi della politica, il numero dei parlamentari regionali. Gli sprechi. Solo se si darà vita ad un nuovo “illuminismo amministrativo” che punti tutto sui piccoli comuni, allora si potrà sperare. Altrimenti il percorso è segnato.