Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La misura del tempo. La sfida di Penelope tra Aristotele, Platone e Sant’Agostino.

di Lorenzo Peluso

L’interrogativo che spesso confonde la mente è l’attesa del tempo. Il tempo, spesso uno spazio infinito, che si consuma fragorosamente in un silenzio assordante. Tanto rumore, per  nulla, in sintesi. O forse no, quella in fin dei conti, è la speranza di tutti. Il tempo è per sua natura multiforme nel tentativo di analizzarne il senso e la misura. Assume, certamente i contorni di ogni singolo stato d’animo, dunque è mutevole con una rapidità che è seconda solo alla velocità della mente. Un barcamenarsi tra concetti assunti al “Tempo filosofico” che si speziano e contaminano di concetti legati al “Tempo cosmico”, Tra questi però io, nel mio viaggio alla scoperta di me stesso, preferisco di gran misura il concetto di “Tempo dell’anima”. Insomma quel tempo intimo con il quale facciamo i conti, sempre nel silenzio dei pensieri, che anima e tormenta il nostro vivere. E’ questo il tempo che racchiude l’essenza del tempo stesso, così come descritto e sviscerato da Aristotele e Platone o magari qualche secolo dopo anche nella visione di Bergson che ebbe a sostenere come: “solo grazie ad una contaminazione con lo spazio il tempo diviene misurabile”. Il fascino però che contempla il tempo dell’anima, ha la capacità di rapirti finanche lo spirito, di trasportati e proiettarti oltre ogni barriera e confine conosciuto. Insomma è il tempo dell’anima che ti consente di esplorare l’infinito del tempo che esiste nella nostra mente, dunque nella nostra anima.

Chi ne ha descritto la profondità del mistero, è certamente Sant’Agostino. Lui osò affermare che “se il tempo è qualcosa che varia, l’elemento fisso che permette la comparazione tra i tempi che cambiano è la nostra anima, dunque il nostro Spirito”. Come lo misuriamo il tempo dunque? Con lo scorrere delle lancette; con la sabbia filtrata dall’orifizio di una clessidra? Dall’alternarsi della luce solare che cede il passo allo splendore lunare, e di conseguenza dal rincorrersi delle stagioni. I Lustri, poi i secoli. Così via dicendo. Questa è però la metrica simmetrica del tempo conosciuto. Io credo che, diversamente dal certo, nella misura del tempo che aspetta il domani, la misura esatta è di certo l’attesa. un concetto questo che, se posto con lo sguardo al passato, la misura esatta del tempo che è stato, è di certo la memoria. Insomma, non crediate che questo mio vagare di pensiero non sia contaminato dalla saggezza di Sant’Agostino, ne ho consapevolezza, avendo trovato nelle Confessioni una sorta di diario del mio esistere, vergato qualche secolo prima del mio primo vagito. Provate però per un attimo a riflettere sul tempo materializzato da Penelope, dal suo fare e disfare, dando una dimensione esatta dell’attesa? Ella aspettò venti anni il ritorno del marito dalla guerra di Troia. Ma in realtà, quanto erano lunghi quei vent’anni? O magari, qui occorre misurarlo il tempo, con quale astuzia ne rese misura nel accettare le pressioni del suocero, e dunque subire la corte dei pretendenti, i principi Proci. In quella scelta vi fu anche la misura esatta del tempo, lei infatti dettò la condizione, ossia che avrebbe sposato il pretendente solo dopo aver finito di tessere una tela che sarebbe servita da sudario per Laerte. Un tempo certo, che ella rese infinito, disfacendo la tela, nottetempo.

Dunque la misura del tempo è l’attesa, non vi è dubbio alcuno. Un giorno solare è il tempo che intercorre tra due passaggi successivi del Sole sullo stesso meridiano. ma questo è un concetto della fisica che se non viene contaminato dal pensiero, quindi dall’emozione, non riesce ad avere una dimensione emozionale, quindi anche in questo è l’attesa, l’attesa che il sole ritorni, che rivenga la luce, che si riprenda quello spazio occupato dal buio, che da la dimensione esatta del tempo; quindi del giorno. L’attesa, per struggente che sia, è la dimensione del tempo. L’attesa ci fa ascoltare il nostro desiderare, ci consente di viaggiare nello spazio infinito del tempo con la mente. Ci materializza il ricordo e ci confonde l’adesso, vivendo già il domani. L’attesa contamina il nostro pensiero e ne rende certi i contorni nella dimensione esatta di ciò che desideriamo e per il quale ogni “notte” poi siamo pronti a disfare la nostra tela, per iniziare, domani, a tessere le stesse trame. Nell’attesa.