Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La metafora dei numeri primi e la solitudine degli amministratori locali

di Lorenzo Peluso.

Siamo tutti troppo bravi, nell’arte nella quale siamo un po’ tutti maestri.  Guardare e giudicare ciò che fanno gli altri. E’ parte integrante del nostro essere, determinato spesso da una cultura dell’insoddisfazione, capace di generare l’autoconvinzione che se le cose per noi non vanno bene, è certo perché altri fanno cose che non ci piacciono. In realtà gli altri fanno cose che non facciamo o non riusciamo a fare noi, dunque l’insoddisfazione, verso noi stessi, camuffata dall’insuperabile sopportazione per ciò che fanno gli altri. Credo ci senta molto soli, ad esempio, ad amministrare la cosa pubblica. Una solitudine determinata dalla necessità di effettuare scelte, che spesso sono impopolari. Eppure, qui il paradosso, siamo chiamati alle scelte, a scegliere, in nome e per conto di chi con il suo consenso ti elegge. L’istante successivo però è già foriero di un distacco, una sorta di taglio netto del cordone ombelicale, che fino a qualche istante prima ha alimentato le speranze, le idee, le visioni. Certo, è solitudine quella degli amministratori locali, tanto più in contesti piccoli dove le necessità sono troppe, le possibilità di offrire risposte immediate sono troppo poche. La metafora dei numeri primi rimanda alla solitudine. Per la matematica, scienze esatta, i numeri primi sono tali perché divisibili solo per se stessi e per zero, ossia, non hanno relazioni con altri che non con se stessi e con il nulla. Individuati come numeri primi, perché capaci di catalizzare le aspettative della massa, ci si ritrova ad essere numeri primi divisibili solo per se stessi, senza poi relazioni con altri che viceversa da quel momento creano una distanza fatta solo di giudizio e non di partecipazione e condivisione. Incredibile ma vero, un atteggiamento che scaturisce dalle aspettative personali, che non fanno più intravedere quella visione di bene comune, ma solo la necessaria soddisfazione di un istinto individuale, spesso legato solo ad un interesse privato. Dunque, non si partecipa alle scelte per la collettività, ma magari si pretende la risoluzione del problema personale, o peggio del soddisfacimento di un’esigenza individuale. L’amministratore locale viene lasciato dunque in una sorta di “trincea” a combattere i tempi lunghi del sistema burocratico, a misurarsi con se stesso, ogni giorno, sulla necessità di stringere i tempi per dare attuazione a quella visione collettiva che era stata condivisa al momento del consenso, trasformatasi pii fin da subito in critica analitica che sfocia nel luogo comune: “sono tutti uguali”. Certo, sono tutti uguali, i cittadini che una volta eletti i loro rappresentanti, non si curano più della risoluzione dei problemi e del raggiungimento degli obiettivi prefissi, ma restano li inermi ad aspettare che coloro che coloro che li dovrebbero rappresentare facciano tutto e subito. A poco serve ricordare che: “la democrazia è partecipazione”. Se mai fosse vero, questo annullerebbe il concetto di “numero primo”.  Ho sempre sostenuto che non occorre essere un eletto, insomma ricoprire un ruolo politico per dare il proprio contributo. L’ho sostenuto e ne sono convinto, ancora. E’ certo una questione di educazione, il mettere innanzitutto il noi, all’io. Se conta il senso di comunità, allora lo sguardo è volto sempre a ciò che può contribuire alla qualità della vita, anche e soprattutto degli altri, prima che di noi stessi. per fare questo occorre naturalmente offrire, agli altri, alla comunità, quel poco, ma prezioso, contributo di continuità, di partecipazione, di idee, di impegno sociale. E’ questa la società della democrazia che trova valore nella partecipazione. Se non facciamo questo, certo saranno altri a fare da soli, con le loro forze, e fin dove arrivano. Poi è chiaro che se gli altri, alcuni di loro, lasciati soli, per propensione o magari per opportunità, volgano l’interesse dell’agire, non più al bene comune, ma al bene individuale, ebbene, anche questa è una conseguenza della mancata partecipazione alla vita sociale e politica di una comunità. la teoria dei numeri primi dunque propone la chiarezza e la dimensione dello spazio tra l’io e il nulla, uno spazio che è della solitudine. Dimenticavo, la solitudine dei numeri primi è anche un romanzo atipico che tocca tematiche molto importanti, come la solitudine insormontabile e le problematiche legate alla socialità. Un romanzo che riflette in modo amaro sul mondo contemporaneo del benessere, in cui tutti hanno tutto ciò che è materiale ma sono abbandonati alla loro solitudine.  Ma questo è altro discorso.