Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La globalizzazione che non abbiamo voluto evitare.

di Lorenzo Peluso.

Le violenze dei talebani e decenni di conflitti hanno costretto milioni di afghani a tentare il viaggio della speranza nel vicino Pakistan ma anche in Iran. La ricerca di una vita da vivere, un’opportunità per almeno 2milioni e mezzo di afghani che al momento risultano ufficialmente rifugiati registrati. Parliamo di persone che vivono in una condizione assurda; privi di documenti e senza alcuna protezione. Nel solo 2016 quasi 692mila afghani sono stati costretti a ritornare in Patria. Almeno 250mila dal Pakistan e quasi 450mila dall’Iran.Un flusso costante di persone che affollano le frontiere; disperati senza nulla se non la loro voglia di ricominciare. Una situazione molto complessa che ha costretto il governo afghano a provare soluzioni temporanee. Vengono allestiti campi base per ospitare questi nuovi “profughi” in patria. Manca però l’assistenza sanitaria, manca il cibo e soprattutto mancano gli alloggi temporanei. Urgono interventi urgenti della comunità internazionale per gestire il flusso di migranti di ritorno verso l’Afghanistan.  Un ruolo chiave potrebbe essere svolto da UNHCR con finanziamenti mirati  a favore dell’assistenza ai rimpatriati rifugiati. La costruzione di alloggi ma soprattutto la creazione di condizioni economiche accettabili che creino lavoro e dignità ad un popolo martoriato. La comunità internazionale non può non vedere. Il rischio concreto non è solo quello della radicalizzazione talebana di migliaia di disperati costretti ad ingrossare le fila dei terroristi islamici; un ulteriore e concreto rischio per l’occidente è anche un nuovo ed inarrestabile flusso di giovani disperati afghani verso l’Europa. Occorre fare i conti anche con questi problemi che solo apparentemente non ci riguardano. Le regole del gioco sulla scacchiera globale ormai hanno abbattuto i confini economici del mondo. Se è vera l’affermazione che con la globalizzazione “un battito d’ali di farfalla in Europa scatena uno tsunami nel Pacifico” allora è oltremodo chiaro che la nostra indifferenza prima o poi ritornerà sotto forma di esodi biblici dalle aree povere del mondo verso quella “terra promessa” che l’uomo per sua natura ha sempre cercato. Insomma il mondo ha bisogno di un nuovo assetto. Le guerre dell’oggi, come dimostra il costante attacco terroristico a cui è sottoposta l’Europa, non si combattono più con gli eserciti. La vera sfida dell’occidente non è esportare la democrazia con le armi riportando a casa risorse naturali e ricchezze sottratte ad aree del mondo poco sviluppate; la sfida è creare condizioni di vita migliore per popoli disperati ed affamati. Creare condizioni di vita per un futuro a milioni di persone nate in aree remote che ora però, grazie a quella stessa globalizzazione che non abbiamo voluto evitare, hanno acquisito la consapevolezza che nel partire, nel cercare, può esistere una speranza di vita.