Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La diaspora del popolo afghano.

di Lorenzo Peluso.

In realtà l’immagine comune che noi tutti abbiamo dell’Afghanistan è quella di una terra polverosa, aspra. Una terra dura dove i colori del deserto si fondono con  la luce accecante del sole. Certo, è questo il paesaggio, in molte aree del paese degli aquiloni. Ma non solo questo. Nel villaggio di Shiga, nell’Afghanistan orientale, lungo la strada che porta al confine con il Pakistan distante solo  60 miglia, i colori del paesaggio sono quelli dell’oro. Un terreno fertile dove i campi, a giugno, assumono il colore giallo paglierino di un oro che splende. E’ il grano. Quegli stessi campi ora, a marzo, sono di un colore verde intenso che si perde all’orizzonte e si fonde con l’azzurro denso di un cielo immenso. Persino gli odori cambiano spostandosi di qualche chilometro verso Jalalabad. Campi fertili irrigati dalle acque di fiume dove le coltivazioni di cetrioli e cavolfiori arricchiscono la tavolozza dei colori. Lungo la strada per Jalalabad l’aria secca che si respira diviene amara quando la polvere si posa sulle labbra. Lo smog dei camion e delle vetture che creano ingorghi e caos. Migliaia di risciò e trattori con al traino improbabili rimorchi carichi di gente e della più svariata merce. Il tempo scorre veloce qui, anche se a guardare bene, il caos dei veicoli si alterna a scene di vita di secoli passati. E’ la storia che ritorna con prepotenza e riporta alla luce le vite di oltre 260.000 persone che giorno dopo giorno, negli ultimi 15 mesi, sono stati costretti al ritorno in Afghanistan. Un ritorno a casa con la speranza di poter continuare a vivere. Sono uomini, donne, bambini ed anziani che negli anni avevano tentato di ricostruire le proprie vite nel vicino Pakistan. Scappati alla furia dei talebani ma anche da una povertà latente, ora vengono spinti dalle autorità pakistane a lasciare il paese. Per anni hanno vissuto nel limbo. Veri e propri rifugiati nei villaggi vicino a Peshawar, per quasi 30 anni. Ora il Pakistan però non li vuole più. Hanno vissuto senza documenti ne altro ed ora le autorità pakistane li rimandano a casa. Profughi di guerra senza diritti ne futuro. Oltre 260.000 disperati rimpatriati in un paese che li ha dimenticati. L’Afghanistan deve fare i conti anche con questa crisi umanitaria. Nel frattempo, quello che è sfuggito a questi diseredati è che migliaia di afghani in questi anni hanno tentato il viaggio della speranza verso l’Europa. Mesi di cammino nella steppa asiatica e poi l’arrivo ai confini della “terra promessa”. Migliaia di vite di disperati fermi tra Serbia ed Ungheria. Un ritorno amaro per queste migliaia di afghani che tornati nella terra di origine non hanno trovato altro che ciò che avevano lasciato. Povertà, innanzitutto. Dunque cosa resta da fare se non seguire l’onda. Un nuovo viaggio, soprattutto per i più giovani, verso il miraggio della terra delle libertà e del benessere: l’Europa quindi. Non sanno però cosa troveranno alle porte del vecchio continente. E’ questa la diaspora del popolo afghano.