Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La chiusura del tribunale di Sala Consilina il caso più eclatante di fuga dello Stato.

di Lorenzo Peluso

La questione soppressione dei piccoli tribunali si è rivelata essere un danno sociale ed economico per molte aree del paese e naturalmente maggiormente al Sud. I fatti che sono accaduti il 13 settembre del 2013 nell’immaginario collettivo portano la firma dell’allora ministro di Giustizia, durante il governo Monti, Paola Severino. In realtà tutto nasce da l’idea del Governo Berlusconi nell’agosto 2011 che portò a due decreti legislativi, il n. 155 e 156 del 2012, che prevedevano la cancellazione di 31 Tribunali, 31 Procure, di tutte le 220 Sezioni Distaccate dei Tribunali centrali e i 667 Uffici del Giudice di Pace. L’obiettivo, forse è meglio dire la scusa, del governo Berlusconi prima e di quello Monti poi, era la riduzione della spesa pubblica e una maggiore efficienza del sistema giustizia. Dal punto vista sociale però si denota fin da subito la mancanza di attenzione da parte del legislatore  al tema della legalità. Si badi bene, efficienza della giustizia non è purtroppo sinonimo di riaffermazione della legalità. Questo è un tema molto caro a coloro che vivono in regioni martoriate dalla criminalità organizzata, camorra, ‘ndrangheta, mafia, sacra corona unita, stidda, ecc. E’ indubbio che il sacrificio imposto ai territori privati di presidi di giustizia è insopportabile se solo ci si richiama ai valori costituzionali. La politica ha messo in atto un insieme di sottovalutazioni, superficiali, assumendo atteggiamenti inconsapevoli, che hanno solo mostrato alla gente comune che si materializza la fuga dello Stato dalle sue funzioni e dalle sue responsabilità a tutela di territori che viceversa necessitano di una intensificazione massiccia dell’azione delle Istituzioni contro i fenomeni criminali. I tribunali, con il loro assembramento di figure incarnanti l’applicazione del concetto di giustizia, sono presidi di legalità. La loro soppressione non ha fatto altro che delegare ai cittadini la lotta ala difesa dei territori e delle società. E’ incredibile come nel ridisegnare la nuova geografia giudiziaria del Paese, il legislatore abbia individuato criteri di nessun valore nella rappresentazione concettuale di legalità. Il numero di abitanti, il numero dei magistrati, l’essere Provincia, sono stati indicati quali condizioni per la permanenza dei tribunali, mentre non si è tenuto conto invece della presenza pervasiva e pericolosa della criminalità organizzata sul territorio. L’abbandono dello Stato ha amplificato la distanza tra cittadini e istituzioni, e nel Mezzogiorno, ha addirittura ampliato a dismisura la distanza storica che esistono nella penisola tra Sud e Nord. Un discorso questo che va inserito nell’atteggiamento sociologico che mostrano le popolazioni sane del Sud che viceversa chiedono più Stato, che lo stesso sia efficiente, funzionante, garante di principi e capace di far osservare le regole e le leggi. Un desiderio legittimo dettato dalla consapevolezza che sentire il senso dello Stato significa educare i propri figli al dovere, alla responsabilmente per il futuro. Ecco, è questo il senso di distanza che la gente comune percepisce rispetto all’Europa dei popoli che di fatto non esiste, perché troppe e disarticolate le differenze tra un cittadino, una famiglia, che vive nella piana di Gioia Tauro o nel Vallo di Diano ed un cittadino che vive a Milano o a Berlino. La spending review, nata per evitare le inefficienze ed eliminare gli sprechi al fine di ottenere risorse da investire in sviluppo, così come imposto dall’Unione europea, ha prodotto viceversa inefficienze ed ulteriore distanza sociale tra il nord ed il sud dell’Europa. La decisione di sopprimere i tribunali è stata adottata senza considerare le conseguenze ed i pericoli per una parte del popolo italiano. Nel caso specifico del Vallo di Diano e dell’area a sud di Salerno sarebbe bastato fare alcune puntuali considerazioni per accorgersi del dramma. Area di confine con la Calabria dove la  ‘ndrangheta è  radicata sull’intero tessuto sociale, si è lasciato un territorio che già resisteva alla spinta espansionistica criminale di gruppi camorristici di estrazione napoletana e dell’agro-nocerino sarnese, scoperto di presidi di legalità. negli anni successivi alla chiusura del tribunale di Sala Consilina, come accertato dalle relazioni della DIA, si è sviluppato velocemente un rapporto di relazione tra le componenti criminali campane e calabresi proprio nell’area in questione. La relazione al Parlamento relativa al primo semestre del 2019 presentata dalla Direzione Investigativa Antimafia sottolinea la presenza di importanti collegamenti tra i clan salernitani e le consorterie originarie del Napoletano e del Casertano con le quali si condividono interessi e sinergie criminali. Nel caso specifico del Vallo di Diano si avverte la presenza di pericolose ‘ndrine, il cui potere criminale incide fortemente anche nel comprensorio. Gli investigatori hanno infatti accertato relazioni tra esponenti della criminalità locale e sodalizi più strutturati della Calabria e dell’area napoletana, soprattutto nel traffico di stupefacenti e negli investimenti immobiliari ed imprenditoriali. Le diverse inchieste giudiziarie vedono coinvolti due gruppi criminali, Gallo e Balsamo, originari di Sala Consilina, dediti al traffico di stupefacenti, alle estorsioni e all’usura. Inoltre è chiaro che il Cilento e il Vallo di Diano sono divenuti luoghi per la latitanza di camorristi napoletani e casertani e di elementi di spicco di ‘ndrine calabresi che negli ultimi anni hanno effettuato notevoli investimenti grazie alle attività di riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita. Il rischio manifestato dalla DIA è che i sodalizi criminali stanno contaminando il tessuto economico e sociale dell’area grazie alla gestione di attività commerciali e con il controllo del traffico di sostanze stupefacenti dopo aver assoldato anche pregiudicati locali. Ecco quali sono stati gli effetti della chiusura del tribunale di Sala Consilina. L’assenza dell’azione quotidiana di  magistrati che vivono e conoscono il territorio ha favorito il definitivo abbandono di un’area dove i cittadini non avvertono più la presenza dello Stato. I responsabili sono certamente in Parlamento ma anche nel Consiglio Superiore della magistratura che nulla ha fatto contro la chiusura di sedi giudiziarie in zone con rischio criminalità. La rinnovata organizzazione giudiziaria per il basso salernitano purtroppo non ha tenuto conto del peso derivante dalle storiche problematiche esistenti che hanno determinato un enorme gap infrastrutturale per lo sviluppo sociale ed economico duraturo. Dunque i cittadini di Sala Consilina, quelli del Vallo di Diano hanno percepito l’attenzione da parte del legislatore solo ed esclusivamente come un azione fortemente penalizzante per il territorio dove è stato cancellato un tribunale, dove è stata soppressa una importante comunicazione ferroviaria e dove perennemente si rischia la chiusura degli ospedali. Negli anni i diversi comitati di lotta, gli ordini professionali, gli amministratori locali, hanno promosso e prodotto diversi studi di analisi sui costi/benefici prodotti dalla riforma. L’unica certezza che se ne rileva è che per i cittadini del Vallo di Diano la scelta di sopprimere il tribunale equivale solo ad un aggravio di costi e ad un incremento della “domanda di giustizia” inevasa, oltre che ad un evidente arretramento della crescita e dello sviluppo economico e socio-culturale dell’area. A livello nazionale la storia del foro accorpato di Sala Consilina rappresenta il caso più eclatante da sottoporre al vaglio di una nuova e necessaria scelta da parte della politica.