Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La bellezza del creato e l’umiltà dell’uomo.

di Lorenzo Peluso, foto di Fausto Romano Maniglia.

“U’ Sole, U’ Sole !” E’ un grido, un suono armonioso di centinaia di voci che si fonde nel frastuono dello scalpitare degli scarponi da montagna, tra il rotolar dei sassi e del pietrame che sotto il passo possente dei giovani “marunnari” scivola a valle. E’ una corsa contro il tempo; una sfida a quella luce del mattino che da li a poco diverrà calore, sudore, fatica. Un rito collettivo che si consuma e scorre, così come le generazioni che da oltre 1200 anni hanno segnato il pathos ed il legame imprescindibile di una comunità con l’unico simbolo riconosciuto, tra sacro e profano.

“A’ Maronna re’ Cerevato”. Occorre vederli crescere, i ragazzini che non desiderano altro se non misurarsi con la salita al Monte. E’ un rito anche quello, il debutto in società. Un rito tribale di iniziazione alla maturità. Diventare, essere riconosciuto “marunnaro”. Il 26 luglio, la notte più lunga dell’anno per una comunità intera. A mezzanotte ci si ritrova in chiesa madre; i canti e le preghiere in attesa della partenza. Parte la processione, per i vicoli dell’antico borgo; preghiere e canti che accompagnano la Vergine fuori le mura. Camminano lenti, i portatori, donne ed anziani, adulti che non potranno salire al monte. E’ questo il loro contributo al rito. Defilati, quasi scompaiono, quei giovani arditi, cinti dalle loro tovaglie in lino, ricamate dalle anziane del paese, tramandate da padre in figlio, sembrano osservare ciò che accade, in attesa del momento che verrà. Nel mentre la litania del parroco scandisce i tempi della preghiera. Giunti al “Posto della Madonna”, la piccola cappellina rupestre offre l’ultimo saluto alla Vergine che ancorata nella sua millenaria Stipa in legno di quercia parte, un fulmine, scompare nell’ombra della notte. Per qualche minuto il cielo stellato sarà arricchito solo delle grida osannanti dei “marunnari”.

“U’ Sole! U’ Sole”. La corsa e le braccia che si incrociano, la salita ripida ed il sentiero aspro. La notte, il buio, le stelle ed il profumo delle erbe di montagna. L’origano. “U’ Sole, U’ Sole!” La prima sosta, qualche minuto; a Noce le Conche. Poi ancora la corsa, in salita sempre più ripida; l’ascesa alla vetta. Ancora un’ora. Nel piano della Corla, i campanacci mattutino delle vacche al pascolo accolgono i “marunnari”. Ancora qualche minuto di sosta. I vecchi tascapane eruttano di cibarie; veloci però, la corsa al Sole è ancora lunga. Ancora di corsa, i “marunnari” otto per volta sotto la pesante Stipa, si danno il cambio, la salita all’improvviso diventa prato verde, la corsa diventa sfida. “U’ Sole, U’ Sole”, gridano i “marunnari” e corrono, corrono senza fiato. Al posto delle Chianodde neppure ci si ferma, si rallenta soltanto. Ora il sentiero lascia i faggi secolari e si inerpica nel vuoto delle rocce del Cervato. Chiaia amaro è la prova. La folla di pellegrini come d’incanto diviene catena umana, mani che stringono le mani e cingono le braccia dell’altro. La condivisione della fatica e dello sforzo diventa rito. Il sudore e la polvere, le voci, le lacrime anche. U’ Sole è sorto. Alla Crucicchia il vento e lo stupore. La bellezza del creato e l’umiltà dell’uomo. La sfida al giorno è vita.

La Madonna è in vetta, ancora una volta da oltre 1200 anni. “Siamo arrivati sicuri sicuri e m’bietto portamo la tua figura” cantano i maschi; “E semp’ m’bietto la voglio portare e sempre a Maria i voglio chiamare” rispondono le donne in coro. Ancora qualche minuto, ancora di processione per l’antica Chiesa in vetta al Cervati. Poi le lacrime di gioia e di commozione, il silenzio ed i canti. Ancora il prete che invoca devozione. E’ la storia antica di un popolo, quella della Madonna della Neve a Sanza. Un legame profondo che si perde nella notte dei tempi di un popolo che nella fede rigenera ogni anno, il 26 luglio, lo spirito di comunità.