Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

La bella storia di Dahbi Jihad, da San Marzano sul Sarno a Pristina per favorire il dialogo e la pace nei Balcani.

di Lorenzo Peluso

Pristina – Una città veloce, frenetica e caotica. Si percepisce il fermento ed il multiculturalismo. Le moschee ed i loro minareti; il muezzin. La cattedrale di Madre Teresa di Calcutta, imponente, che arricchisce l’atmosfera del suono delle sue campane che richiamano a messa. La capitale del Kosovo è una città, mezzomilione di abitanti, a maggioranza albanese, ma con la presenza evidente di molteplici etnie. Dai Rom agli ascari, ai macedoni ai serbi. Manca la mezza misura qui. La classe borghese medio alta, due terzi della popolazione, una povertà assoluta per la restante parte. Incontro quasi per caso, per le strade della capitale, il caporal Maggiore scelto Dahbi Jihad. Insieme al suo team si stanno recando in una scuola poco distanze dal centro città. Italiana, figlia di una famiglia marocchina immigrata in Italia, ha   trentadue anni, già da 12 arruolata nell’Esercito italiano. E’ di San Marzano sul Sarno, nel salernitano. Un lavoro delicato il suo. E’ l’interfaccia del collegamento con la popolazione locale, lei ed il suo team. Esperta di cooperazione civile e militare, è impegnata nella missione internazionale Kfor della NATO a sostegno del processo di pacificazione e stabilizzazione del Kosovo, favorendo il superamento delle distanze etniche, culturali e religiose. Il frastuono dei bambini che le corrono incontro, la travolgono, l’abbracciano. Lei che non smette di abbracciarli. E’ bello vedere l’affetto che i bambini di questa scuola mostrano verso un soldato italiano; è il simbolo di quanto siano riconoscenti i kosovari verso l’Italia, per tutto quanto fatto in vent’anni di missione nei Balcani. “Il nostro compito, come cellula dell’LMT, è creare condizione di confronto ed ascolto con la popolazione locale, le istituzioni, anche quelle religiose delle diverse confessioni, la scuola, le ONG – racconta il Caporale Dahbi – un lavoro complesso e delicato, la sensibilità e la suscettibilità delle diverse etnie, spesso in conflitto tra loro, necessita di una conoscenza del contesto ed anche della comprensione delle diverse dinamiche che quotidianamente si sviluppano nella società kosovara” aggiunge il caporale Dahbi. Insomma il processo di cambiamento del Paese necessità di essere seguito costantemente, studiato ed anticipato, per quanto possibile. Questo in effetti l’obiettivo della cellula LMT. Il caporal maggiore Dahbi ha grande esperienza; giàin Libano impegnata nella missione UNIFIL delle Nazioni Unite con lo stesso compito, nel 2013, da qualche mese e fini a giungo rimarrà in Kosovo. Poi il rientro in Patria dove a San Marzano sul Sarno l’aspetta la sua famiglia ed un fidanzato. “Qui le persone non chiedono, anzi, dimostrano, ci vedono come parte del loro vivere, del loro essere. Un grande arricchimento professionale ma soprattutto umano questa esperienza nei Balcani” aggiunge ancora. Alla domanda poi, se sente di dovere qualche cosa allo stato italiano, lei con molta dolcezza risponde: “Devo tutto, nell’Esercito ho trovato l’opportunità di realizzarmi. Sono state messa nelle condizioni di realizzare il mio sogno di bambina. Hi avuto la fortuna di poter fare un lavoro particolare. Il Reparto dove opero in Italia, Il National CIMIC Group, è unico nel suo genere. La Cooperazione civile e militare ti mette in relazione con le persone, con la gente. Questo è bello e soprattutto arricchisce la nostra professione di soldati di quell’aspetto che va ben il lavoro. Io sono nata a Pagani, sono una figlia di immigrati, accolta dal nostro Paese. Il tricolore è un orgoglio ed i valori del nostro Paese sono apprezzati nel mondo, occorre essere fieri di essere italiani” conclude il Caporale Dahbi.