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La 16esima Giornata mondiale contro la pena di morte.

redazione

Il tema della 16esima Giornata mondiale contro la pena di morte sono le condizioni di detenzione delle persone condannate. In molti paesi alla disumanità della pena capitale si aggiunge la tortura di condizioni detentive altrettanto disumane. Il rapporto di Amnesty: esecuzioni in calo ma il boia non rallenta in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. E rimane il buco nero della Cina dove le cifre sulle esecuzioni sono top secret. C’è la tortura delle condizioni carcerarie nel braccio della morte prima ancora dell’abominio della pena capitale: “A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione”. E’ quanto dichiara Stephen Cockburn, vicedirettore di Amnesty International, in una nota diffusa in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che ricorre oggi, 10 ottobre.

“Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudelta’ alla situazione”, aggiunge Cockburn. In vista dell’appuntamento di oggi l’organizzazione per i diritti umani ha lanciato una campagna che focalizza l’attenzione su cinque paesi: la Bielorussia, il Ghana, il Giappone, la Malaysia e l’Iran per spingere i rispettivi governi a porre fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale. In Ghana per esempio i condannati a morte denunciano che spesso non ricevono le cure mediche necessarie per curare malattie o disturbi di lunga durata. Amnesty cita anche il caso di Matsumoto Kenji, in Giappone: “Soffre di delirio molto probabilmente a causa del prolungato isolamento in cui trascorre l’attesa dell’esecuzione”. Kenji è nel braccio della morte per omicidio dal 1993. Secondo la diagnosi di uno psichiatra, ha una disabilità intellettiva di vecchia data dovuta a un avvelenamento da mercurio e un basso QI compreso tra 60 e 70. Nonostante questi fatti, i giudici hanno stabilito che era capace di intendere e di volere, tanto da poter essere condannato a morte, e che la sua “confessione” era credibile, nonostante la tesi dell’avvocato difensore secondo cui sarebbe stata estorta con la forza dalla polizia. Hoo Yew Wah, invece, “ha presentato una richiesta di clemenza alle autorità della Malaysia nel 2014 ed è ancora in attesa di una risposta”. Hoo è stato condannato alla pena di morte nel maggio 2011 a seguito di un processo tutt’altro che equo. Nel 2005, quando aveva 20 anni, fu trovato in possesso di 188,35 grammi di metanfetamina. Si presumeva automaticamente che si trattasse di traffico di droga di qui la condanna all’impiccagione.

Hoo Yew Wah compirà 33 anni a dicembre e ha recentemente dichiarato: “Se avessi la possibilità, vorrei poter dimostrare che Sono cambiato.” Il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte in Bielorussia, infine, “fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati”. Ma il caso più angosciante, al centro della campagna di Amnesty in questo momento è quello di Mohammad Reza Haddadi in Iran. Condannato alla pena capitale nel 2004 quando aveva 15 anni Mohammad è da allora recluso nel braccio della morte e ha dovuto subire la tortura di vedersi fissata e poi rinviata l’esecuzione almeno sei volte negli ultimi 14 anni, l’ultima volta interrotta a causa della mobilitazione globale. Quando fu arrestato per la prima volta, durante uno degli interrogatori Mohammad Reza confessò di aver ucciso. Ma ben presto ritrattò la confessione, dicendo che era stato costretto a farla dai suoi due co-imputati. Più tardi, anche i co-imputati ritrattarono le dichiarazioni che implicavano Mohammad nel crimine e ora stanno scontando pene detentive per omicidio mentre Mohammad Reza rimane nel braccio della morte in attesa di esecuzione. Amnesty ha rilanciato la campagna per salvare Mohammad dalla forca. Un caso il suo paradigmatico dell’uso da parte dell’Iran della pena di morte nei confronti di minori e una palese una violazione della legge internazionale sui diritti umani. Nel 2017 Amnesty International ha registrato 993 esecuzioni in 23 paesi, il quattro per cento in meno rispetto al 2016 e il 39 per cento in meno rispetto al 2015. La maggior parte delle esecuzioni ha avuto luogo in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan ma questo dato non tiene conto delle migliaia di esecuzioni avvenute in Cina, dove le informazioni sull’uso della pena di morte restano un segreto di Stato. La moratoria sulle esecuzioni in discussione all’ONU Alla vigilia della Giornata mondiale contro la pena di morte, si è riunita ieri presso la Farnesina la Task force politica Maeci-Società civile sull’azione per una moratoria universale, presieduta dal sottosegretario Manlio Di Stefano.

La Task force ha l’obiettivo di coordinare le attivitàdi sensibilizzazione condotte dal governo e dalle principali organizzazioni della società civile impegnate su questo tema, in vista della Risoluzione biennale dell’Assemblea generale per una moratoria universale della pena di morte. Della task force fanno parte oltre il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, la Comunita’ di Sant’Egidio, Nessuno Tocchi Caino e la Sezione italiana di Amnesty International. Nessuno Tocchi Caino: “La moratoria via maestra verso l’abolizione” Nessuno tocchi Caino, nella giornata mondiale contro la pena di morte, rilancia l’impegno per la moratoria universale delle esecuzioni capitali in vista anche del prossimo voto previsto quest’anno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Risoluzione pro-moratoria. Sergio D’Elia ha in proposito dichiarato: “Il pronunciamento dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitai si è rivelata la via maestra per accelerare il processo abolizionista storicamente in corso. A questo proposito – ha continuato D’Elia – siamo impegnati con la Farnesina a compiere delle missioni in alcuni Paesi del continente africano che possono passare da un voto contrario o di astensione ad un voto favorevole aumentano così il numero dei Paesi pro moratoria.”