Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Khan Sheikhun, la verità che nessuno vuole raccontare

di Lorenzo Peluso.

Sconosciuta o quasi al mondo, fino a cinque giorni fa, la cittadina di Khan Sheikhun,  nella provincia siriana nord-occidentale di Idlib, è dai sei anni considerata da Assad, il premier Siriano, il covo dei ribelli. Posta lungo l’asse viario della M5 che collega la capitale Damasco ad Aleppo,  Khan Sheikhun è una cittadina agricola dove le coltivazioni di ulivi e frutteti da sempre sono stati la fonte principale dell’economia locale. In realtà Sheikhun finisce sotto il controllo dell’opposizione ad Assad all’inizio della guerra civile e si trasforma nella roccaforte del gruppo armato qaedista Fatah al-Sham (ex Fronte al Nusra). Poco più di 52mila abitanti, sotto assedio da alcuni mesi dalle forze governative, lo scorso 4 aprile, alle 4 e 30 del mattino, è diventata il luogo simbolo della barbarie umana. Ad essere colpito con armi chimiche lanciate dall’aviazione siriana è stato il quartiere Shemali, dove si trovano attualmente i rifugiati della città di Hama. Il pesante bombardamento su Khan Sheikhoun, secondo il governo Assad, è frutto di una strategia militare tesa ad eliminare un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli. Un aspetto non secondario questo perché occorre ricordare che alla fine del 2013 gli esperti dell’Organizzazione Onu per la proibizione delle armi chimiche, almeno sulla carta, portarono a termine lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano. Sotto la pressione delle Nazioni Unite Assad consegnò agli ispettori della comunità internazionale le armi chimiche in suo possesso. Già allora, un attacco con il gas Sarin da parte del regime sulla città di Ghouta, poco fuori Damasco, contò un centinaio di vittime civili. Il governo siriano, sotto la spinta di Usa e Russia, consegnò le mappe dei siti di stoccaggio delle armi chimiche che furono poi recuperate ed imbarcate a Latakia; attraversarono il Mediterraneo per arrivare in Italia, a Gioia Tauro in Calabria. la verità però è che la comunità internazionale non ha mai creduto fino in fondo ad Assad sul possesso di micidiali armi di distruzione di massa. Ne è la riprova il fatto che già lo scorso 28 febbraio, su iniziativa di Francia e Gran Bretagna, l’Onu era stata chiamata a votare sanzioni contro Damasco per gli attacchi chimici perpetrati nei sei anni di guerra. Anche in quell’occasione grazie a Russia e Cina, che esercitarono il proprio diritto di veto, la misura fu annullata. E poi, come dimenticare che già lo scorso anno il regime di Damasco fu ritenuto responsabile dell’attacco al cloro contro Aleppo, nel mese di settembre. Dunque nulla di nuovo. La cittadina di Khan Sheikhoun è stata sempre poco considerata anche dagli osservatori militari delle Nazioni Unite in Siria che fallirono anche un’ispezione tra aprile e agosto dello scorso anno quando Assad inviò carri armati da Mastumah a Maarat al-Numan e a Khan Sheikhoun per il controllo della città. L’assedio di Khan Sheikhoun ha trovato la forte opposizione dei ribelli che con lanciarazzi e ordigni esplosivi improvvisati hanno inflitto gravi perdite ai militari governativi. Dunque Assad ha deciso di chiudere la partita. E’ forse questa la verità che nessuno vuole raccontare.