Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Italiani brava gente …

di Maddalena Robustelli

Il nostro Mediterraneo sempre più si sta trasformando in una pattumiera di uomini, donne e bambini, morti o dispersi perché hanno avuto la sventura di nascere in paesi poveri e di desiderare un futuro diverso da quello che la vita nei loro paesi d’origine gli prospettava a tinte fosche.
 
Non saranno più oggetto di alcuna contesa internazionale, non attenderanno per mesi il riconoscimento dello status di rifugiati o il permesso di soggiorno o la possibilità di ricongiungersi con i loro cari residenti in altri stati europei. Sono morti senza nome, sprofondati giù negli abissi del mare a causa delle contese e dei veti incrociati di una politica che considera i migranti come spazzatura da relegare in discarica, quando va bene e si salvano. Ma quando va male e muoiono perché non riescono a superare le intemperie naturali del mare, le omissioni umane contribuiscono in maniera determinante ad ucciderli. Il 26 marzo scorso è sparito tra le acque un barcone che era stato avvistato da navi militari di diverse nazionalità tra cui anche una italiana, così come hanno raccontato i superstiti a don Mussie Zerai, un coraggioso missionario che aiuta i migranti africani. Si è arrivati pure all’assurdo che un elicottero ha fornito loro dell’acqua, li ha fotografati, ma non ha segnalato la loro posizione, di modo che non andassero incontro ad una morte sicura. La legge del mare, non scritta, dice che chi si trovi in difficoltà debba essere salvato e questa legge viene rispettata sempre dagli uomini che sul mare lavorano. Molte volte i pescherecci italiani effettuano operazioni di soccorso perché i loro equipaggi pensano che “il Mediterraneo, mare di pace, non possa diventare un mare di morte”. Sono pescatori che lavorano più con il cuore che con la testa e che hanno come imperativo categorico quello di riuscire a strappare alla furia del mare in tempesta le vite umane che si trovano in difficoltà. E’ successo così nel naufragio del 6 aprile scorso, allorquando Francesco Rifiorito, armatore del “Cartagine”, ha mollato tutto all’s.o.s ricevuto e si è diretto a salvare i migranti in balia delle onde. Rientrando in porto ha così dichiarato: “ne abbiamo salvati solo tre, ma l’angoscia è per le altre centinaia morte in mare; questa è gente che cerca un futuro, lo cerca,qui, in Italia e noi abbiamo il dovere di regalargli un sogno”. Anche Vittorio Arrigoni era dalla parte dei più deboli, pescatori e contadini palestinesi, perché era giunto nel 2009 a Gaza, insieme ad altri pacifisti, spezzando il cordone creato da Israele per isolare la cittadina. Il suo impegno per i diritti umani ha decretato la sua condanna a morte ad opera di integralisti islamici, che non sopportavano il suo modo di approcciarsi alle popolazioni locali. Era benvoluto ed apprezzato dalle comunità, inviso alle truppe israeliane ed alle frange più estreme dei palestinesi, che si contrapponevano al legittimo governo di Hamas. Era amato per la passione che profondeva nel suo impegno civile, per esempio, a favore dei contadini, che, seppur sotto la mira dei cecchini, riuscivano a recuperare il loro raccolto perché Vittorio, in modo pacifico, si ergeva a scudo umano in loro difesa. “Con lui hanno colpito ogni palestinese, soprattutto i bambini, a cui andavano i proventi del suo lavoro”. “Uccidendolo hanno voluto colpire i diritti del popolo palestinese che così bene Vittorio difendeva”. “Era un simbolo per tutti i pacifisti e faceva rabbia a tanti, amici e nemici del popolo palestinese”. “Hanno assassinato l’amicizia al popolo palestinese”. Questi sono gli unanimi consensi di chi era ogni giorno al fianco di un uomo che aveva denominato il suo blog “Restiamo umani”, perché sosteneva che “tutti apparteniamo, a prescindere dalle latitudini e longitudini allo stesso genere, quello umano”. Ed alla madre, che gli chiedeva come si facesse a rimanere umani in certi momenti, Vittorio rispondeva “perché l’umanità deve esserci sempre dentro di noi e dobbiamo portarla agli altri”. C’è un filo che lega il pacifista italiano a quei pescatori siciliani che lasciano il lavoro e corrono a soccorrere i naufraghi in pericolo di vita nel Mediterraneo: quel sentire comune, quell’essere vicino a chi è in difficoltà, quel portare agli altri umanità, aiuto, solidarietà ed impegno per un mondo migliore. Un filo forte che non si spezzerà facilmente, a cui noi tutti dovremmo aggrapparci per continuare, o iniziare, a sperare che il nostro contributo, piccolo o grande che sia, possa essere foriero di risultati positivi per quel genere umano che era “dentro” a Vittorio e per il quale ha immolato la sua vita.