Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Intervista a Sandro Ruotolo. La mafia e il giornalismo d’inchiesta

di Antonella D'Alto.

Un bell’incontro per studenti, insegnanti e cittadini presenti sabato scorso al convegno sul tema “La mafia e il giornalismo d’inchiesta” svoltosi a Teggiano nell’ambito della MasterClass sulla Legalità dedicata alle scuole e promossa dal comune. Relatore d’eccezione il giornalista di Fanpage Sandro Ruotolo, sotto scorta dal 2015 per le minacce di morte ricevute dal clan dei Casalesi, dopo una sua inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti e la terra dei fuochi.
Il giornalismo d’inchiesta richiede lunghe indagini e approfondimenti, nasce spontanea la domanda su come si possa conciliare con il mondo di internet che invece corre veloce.
“Questa è la grande sfida. – risponde Ruotolo – Cercare di portare dentro internet contenuti di approfondimento giornalistico, sapendo che sul web i tempi di concentrazione sono mediamente di un minuto e mezzo, dopo di che i ragazzi, che sono i maggiori frequentatori della rete, cambiano, non ce la fanno a restare concentrati a guardare. Questa è la grande scommessa che però sta andando bene, ed è questo è il futuro, più della televisione generalista o del digitale terrestre. È un esperimento, ma importante se si pensa che in Italia ci sono 43milioni di account Facebook, mentre sul pianeta terra ci sono 5 miliardi di persone che in questo momento sono interconnesse. Ed è importante anche perché in Italia si registra sempre di più un analfabetismo funzionale. Secondo alcune ricerche oggi nel nostro Paese ci sono 6milioni di persone che non sanno ne’ leggere ne’ scrivere, dunque bisogna informare attraverso la rete, ma anche monitorare il fenomeno”.
Come si vive sotto scorta. Ha paura?
“Avere paura è normale. Ma grazie alla protezione dello Stato io riesco a fare il mio lavoro. Non frequento le redazioni ma le strade. Il mio è un giornalismo tra la gente, anche tra i testimoni che possono aiutarmi a realizzare un reportage. L’altra settimana, ad esempio, è andata in onda su Fanpage la mia inchiesta sul sequestro di Ciro Cirillo avvenuto quasi 40nni fa, per la cui liberazione ha avuto un ruolo determinante Raffaele Cutolo, boss della camorra napoletana degli anni 80, e sono andato ad Ottaviano ad intervistare la sorella di Cutolo che è stata latitante per 10 anni e in galera per altri 10. Io devo andare sui territori. Sotto scorta, certo, perdi la tua privacy, devi panificare tutta la tua giornata, non sei più da solo, ma mi sento un uomo libero. Riesco ad andare in giro, a parlare, a fare il mio lavoro. Quindi io ho vinto e Michele Zagaria ha perso, perché sta al 41 bis e morirà in carcere”.
Come riesce a raggiunge i testimoni, i collaboratori di giustizia persino i boss?
“Ti aiuta la tua credibilità. È chiaro che per intervistare un pentito che sta sotto protezione devi fare la richiesta ai magistrati e quindi si segue un iter, poi è il pentito che decide o meno se vuole rilasciare l’Intervista, ed è su questo che gioca una parte importante la tua credibilità e la tua autorevolezza”.
Ad inizio febbraio era stata paventata l’ipotesi di toglierle la scorta. Poi sulla rete tantissimi messaggi di protesta e di solidarietà, e per fortuna le hanno riconfermato la protezione. Cosa ha pensato in quel momento?
“Io su quello che mi è successo non ho detto nulla, nel senso che ho un grande rispetto per le istituzioni ma con il senno di poi dico che hanno avuto la capacità di rivedere la decisione, quel decreto lo hanno fermato e mi hanno confermato la scorta. Sia nel mondo della politica che sul web non c’è stato un solo commento negativo su di me e questa è una cosa straordinaria. Nel periodo degli haters, mentre altre persone hanno sia sostenitori che oppositori, a me è successo di avere solo appoggio. È stato importante al di là della mia vicenda, in questo momento di elogio dell’ignoranza, si è mobilitata l’opinione pubblica perché vuole essere informata. Questa è una grande prova, è un grande impegno per la categoria dei giornalisti, perché l’opinione pubblica vorrebbe i giornalisti al suo servizio, e spesso i nostri colleghi fanno di tutto per non essere amati dall’opinione pubblica”.
Quale messaggio vuole lanciare ai ragazzi che incontra oggi?
“Il messaggio è semplice. La mafia vuole il silenzio, quindi serve illuminare. Chi compie un crimine non vuole essere scoperto, perciò dobbiamo sapere che è importante parlare di mafia, lottare, impegnarsi contro, perché se vincono loro perdiamo noi, cioè perdono i diritti, perde il lavoro, perde la libertà. La mafia vuole sudditi, noi che amiamo la nostra Costituzione e amiamo la libertà di pensiero, non possiamo essere sudditi, ma dobbiamo essere cittadini liberi”.
Ci può anticipare qualcosa sulla sua prossima inchiesta?
“Sto lavorando sul delitto di Piersanti Mattarella, il fratello del Capo dello Stato, ucciso il 6 gennaio del 1980, era presidente della regione Sicilia, e a tanti anni di distanza non conosciamo ancora il movente e neanche i killer. C’è stata una pista seguita dai magistrati Falcone e Loris D’Ambrosio: la pista nera. Sto rileggendo la cosiddetta strategia della tensione che parte con la strage di Piazza Fontana e finisce con le stragi di mafia del ‘92 -‘94. Nel mezzo c’è una serie di omicidi, tra cui quello di Mattarella, che probabilmente ha a che fare con la morte di Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse. Piersanti Mattarella era il successore della linea politica di Aldo Moro. Era l’epoca del muro di Berlino, e Moro voleva aprire a sinistra, ma questo agli americani non piaceva. Piersanti Mattarella apri’ alla sinistra siciliana, poi Aldo Moro venne ucciso, falli’ il tentativo siciliano dell’apertura a sinistra, però Piersanti Mattarella doveva diventare vice segretario della Dc nella corrente di Aldo Moro. È quindi un mistero. Io una cosa ho capito. Fino a quando la gente chiederà verità, ci sarà bisogno del giornalismo d’inchiesta. Dobbiamo essere abituati a non fare solo la prima domanda, ma a fare anche la seconda”.