Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

In Siria 343 mila morti. Ma quel che conta ora sono i milioni di dollari per la ricostruzione.

di Lorenzo Peluso.

La certezza delle guerre è sempre e solo la morte. La guerra è distruzione, è certamente dolore. Eppure, nonostante tutto, quel che spesso conta di più è certo il riassetto delle posizioni, gli interessi economici che dalle guerre scaturiscono e che spesso innescano. Cambi di potere, cambi di governanti. Dei morti, spesso ci si dimentica presta. In Siria la guerra civile probabilmente è ad una svolta. Intanto i numeri danno la dimensione della tragedia. Sono almeno 343.511 i morti. E’ certo un bilancio provvisorio delle vittime della guerra civile in Siria dal marzo del 2011 fino all’inizio di novembre. I numeri sono ufficiali: li ha resi noti una fonte delle organizzazioni siriane per la difesa dei diritti umani. Tra le vittime vi sono 102.618 civili, di cui quasi 19mila bambini e 12mila donne; tra le forze filogovernative vi sono oltre 119mila morti (62mila appartenenti alla forze regolari), di cui 1.556 appartenenti alle milizie sciite libanesi di Hezbollah. Le vittime fra le varie fazioni armate ribelli, comprese le truppe curde, sono circa 59mila, mentre i jihadisti hanno perso oltre 62.200 combattenti. Ma i morti in una guerra non bastano mai. Ora la Siria dovrà fare i conti con la stabilizzazione delle aree e poi con la ricostruzione. Certo, dopo la sconfitta dell’Isis a Raqqa, i problemi rimangono e per certi versi cambiano forma e sembianze. Per la Siria rimane la questione curda, aperta e viva. Anche Washington sembra tirare i remi in barca. Trump infatti si è detto pronto a ridimensionare il supporto militare e logistico alle milizie curde che in questi anni hanno assicurato il maggiore sforzo ed anche, probabilmente, il maggiore sacrificio in termini di vittime a favore delle Forze democratiche siriane, per la liberazione del nord della Siria. La scelta americana, suggerita da Erdogan, ora potrebbe causare un inasprimento del conflitto fra i curdi e Ankara. Le parole del ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu sono chiare: «non saranno fornite più armi Usa allo Ypg». La rassicurazione è frutto di una telefonata tra il presidente americano Donald Trump e quello turco Recep Tayyip Erdogan. Una situazione che ora per il popolo curdo diventa ancor più comlessa di quanto non lo sia già. Senza l’appoggio militare americano, ora più che mai, i curdi sarebbero costretti a rinunciare al loro progetto di autonomia nell’area del Rojava, zona auto proclamata indipendente nel nord della Siria. Una situazione che fa il pari con quanto accaduto nel nord dell’Iraq, dove allo stesso modo gli americani hanno disatteso la promessa di indipendenza fatta ai curdi, nonostante il processo democratico del referendum del Kurdistan iracheno. In tutto questo ora però parte la corsa alle commesse internazionali per ricostruire la Siria, ma anche il nord dell’iraq. Centinaia di milioni di dollari per ricostruire strade, reti idriche, reti elettriche ed ospedali. Mentre gli americani, sottovalutando la situazione, fanno quindi un passo indietro, cedendo alle pressioni della Turchia, in Siria si fa sempre più forte il ruolo dei russi che ora mirano anche al nord dell’iraq. Insomma, cambia tutto e non cambia nulla. Al ricordo dei morti, presto si fa ammenda con il futuro possibile della ricostruzione. Agli interessi ideologici si lascia spazio ai milioni di dollari. Poi, tra qualche anno, la giostra ricomincia.