Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il vero atto d’accusa che pende perenne sul capo di Bettino Craxi

di Lorenzo Peluso.

Era mercoledi; era il 19 gennaio del 2000. Sono trascorsi vent’anni. Passava a miglior vita ad Hammameth, in Tunisia, dove si era rifugiato, sottraendosi  alla giustizia italiana che agitava le manette in quel periodo. Erano anni difficili per il nostro Paese, forse del tutto ancora non superati. Morto in esilio, così dicono in molti. Morto latitante, sostengono altri. Lo storico leader socialista, Bettino Craxi ha certo segnato la storia, in positivo ed in negativo del Paese. Nella memoria collettiva rimane quel suo ultimo discorso alla camera dei deputati, il 29 aprile del 1993. Un discorso da deputato sotto accusa. Nella memoria collettiva rimangono anche le monetine lanciate dalla gente a Roma, all’uscita dell’Hotel Raphael. Sedici anni di storia politica e personale che incrocia i destini dell’Italia per Craxi. Un viaggio dall’altare al fango intriso poi di processi, di condanne. La solitudine ad Hammameth, malato. Poi la morte. La figura di Craxi è oggetto senza dubbio dell’attualità italiana che a vent’anni si interroga sulla necessità di rivalutarne lo spessore politico. Da troppe parti però si confonde il giudizio storico omettendo i fatti, giudiziari, che caratterizzarono quel periodo storico. La rivoluzione giustizialista di Mani Pulite, oltre gli inevitabili errori e scivoloni che pur ha segnato il suo percorso, rimane un fatto storico e politico che appartiene alla coscienza del Paese. Mi piace ricordare Bettino (Benedetto) Craxi come quell’uomo appassionato che nella politica e nei valori dell’antifascismo e del socialismo liberale aveva marciato su Roma, cambiando le sorti del Partito Socialista. Iscritto alla Gioventù socialista, entra nella Federazione milanese durante le scuole superiori, Nenniano di ferro e anticomunista convinto, diviene consigliere comunale a Milano. Nel 1965 entra nella Direzione del Partito. Nel 1969, tre anni dopo, Craxi viene eletto deputato. Nel ’76 viene eletto Segretario del Psi al posto di De Martino. Doveva essere un segretario di transizione, invece rimarrà nella storia come il più autorevole leader socialista. Il 4 agosto del 1983 forma il suo primo governo: un pentapartito composto da Dc Psi, Psdi, Pri e Pli. Resterà in carica fino al 27 giugno 1986. Un periodo che rimarrà il più lungo mai registrato nella storia della Repubblica. nella memoria collettiva però, rigenerando anche un senso di orgoglio nazionale, rimarrà la vicenda che si sviluppò il 10 settembre del 1985 quando un aereo egiziano che trasporta Abu Abbas, esponente dell’OLP, un suo aiutante e i 4 dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, venne intercettato dall’aviazione militare Usa che lo costrinse ad atterrare a Sigonella in Sicilia. Craxi rivendicando giustamente l’autorità nazionale su suolo italiano, si rifiutò di consegnare agli americani i sequestratori palestinesi affermando che per i reati commessi su suolo italiano compete all’Italia perseguire gli stessi . Insomma con un atto che non ha precedenti, autorizzò i militari italiani di Sigonella ad opporsi, con le armi, alle truppe speciali statunitensi, per impedire l’assalto al velivolo. C’è anche altro, è chiaro nella storia politica di Craxì. Ma in realtà, il periodo che poi ha segnato la sua vita e quella del Paese, è il 1992. L’arresto dell’amministratore socialista di una casa di riposo per anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa viene bloccato mentre incassa una tangente da una ditta di pulizie. Da quell’episodio parte Mani Pulite, inchiesta condotta dal pm Antonio Di Pietro. Si porta alla luce così il sistema di Tangentopoli. Il 15 dicembre 92 arriva il primo avviso di garanzia per l’inchiesta sulla Metropolitana di Milano a Craxi. Nell’agosto del ’93, davanti ad un Parlamento ammutolito, fa lo storico discorso che suona come una sfida a tutta la classe politica italiana: “Si alzi in piedi chi di voi non ha preso finanziamenti illeciti in questo Paese”. Poi ricorda i soldi versati dai sovietici al Pci e l’apparato paramilitare del KGB in Italia. Un coraggio assoluto anche in quel caso, espresso certamente anche dalla disperazione del momento, ma certamente un coraggio consapevole nell’affermare agli italiani quello che era sotto gli occhi di tutti. Dunque, a valle dei processi delle condanne e del percorso che la giustizia italiana ha più o meno compiuto su quei fatti, rimane il vero atto d’accusa che pende perenne sul capo di Bettino Craxi: l’essersi sottratto alla giustizia ed al giudizio del popolo italiano. Dunque, se l’aspetto umano può certamente renderci sensibili sulle vicende drammatiche della sua morte in solitudine, occorre ricordare che è stata una scelta. Craxì ha scelto di non dare conto agli italiani.