Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il tempo della Rinascita. Riti, modernità e Nicola Gratteri.

di Giancarlo Guercio.

Per un umanista e intellettuale convinto, certe ricorrenze non sono ascrivibili tanto al contesto della festa consumistica e modaiola, come purtroppo è diventato anche il Natale, quanto a momenti che riecheggiano di significato valoriale e umano. Già dai tempi antichi il Natale è associato al concetto di rinascita; non a caso cade alcuni giorni dopo il solstizio d’inverno e difatti il suo elemento emblematico è la luce, quindi il sole, che “ritorna” e progredisce. Da sempre l’uomo ha avuto atteggiamenti decisi nei confronti delle tenebre e della luce, una naturale contrapposizione che affascina e intimorisce e che certamente ha l’obiettivo di esorcizzare la dimensione, ineluttabile, della morte e dell’ignoto. Con la luce, il senso della vista vede, può regolarsi, può gestire e organizzare, può decifrare. Tutto ciò nella oscurità diventa ostico. Come per tante altre simili circostanze, l’uomo antico aveva escogitato alcune soluzioni che si imponevano nel modus agendi del gruppo sociale. Tra le più credibili e forti vi è certamente il rito collettivo, ossia lo stare insieme, e insieme attuare un processo di segni, di simboli e di atti capaci di coinvolgere il gruppo intero e di consentire la “elaborazione” della paura collettiva, o della gioia collettiva: “stando insieme possiamo sfidare finanche la notte, o la morte”. Il concetto, pienissimo di semantica, è perdurato per millenni, affievolendosi soltanto negli ultimi decenni. Una voce nel deserto come Pasolini lo aveva ampiamente anticipato. Il fatto è che certi cambi piuttosto repentini di “uso della umanità” sortiscono effetti particolari e non sempre appaiono facilmente decifrabili. Come nella notte. E succede anche che alcuni cardini su cui si fondava la civiltà si trovano spostati di lignaggio: fino a un certo punto i linguaggi collettivi hanno trovato un humus comunemente accreditato; da un certo punto in poi (che sommariamente coincide col Novecento e tutto ciò che compendia) è profondamente variata la semantica dei linguaggi. Non è il caso di disturbare Ferdinand de Sausurre per questa disquisizione, ma il tema resta centrale: dove si è trasferito il linguaggio e soprattutto quali sostanze e quali forme ha assunto? Per rispondere accuratamente a questa domanda credo bisognerà attendere qualche altro decennio, ma ciò che sta iniziando ad apparire evidente è proprio il concetto insito nell’espressione abbastanza forte appena usata: uso della umanità. Si, perché oggi l’umanità, a differenza di passati più o meno gloriosi, è sostanzialmente usata, da alcune lobby di potere (non certamente quella degli intellettuali o degli umanisti) che hanno impostato i loro profitti sulla comunicazione e sul marketing. Non mi imbarco in discorsi forse anche più immediati, come l’uso dei social, o il potere della comunicazione sulle scelte commerciali o elettorali o di costume.. questo quadro è già abbastanza chiaro. Ciò che voglio intendere è che taluni processi collettivi sono stati interrotti, estirpati dalla società e trasformati in altro. Mentre un tempo attori e registi (per usare termini a me familiari) agivano nello stesso agone, oggi siamo tutti attori improvvidi manovrati da registi ignoti, sconosciuti, di cui però percepiamo l’esistenza, sappiamo che da qualche parte ci sono e placidamente ci lasciamo “condurre”. Alla reductio ad unum ciò che resta è solo l’uso e il consumo che altri fanno delle nostre fedi: quella religiosa, quella politica, quella ideologica, collettiva, etc etc.

Il dato veramente problematico riguarda il destino dei principi etici e valoriali della società e il ruolo che ognuno vuole detenere all’interno del gruppo. La confusione oggi regna sovrana, ma questo è solo un primo, già evidente effetto dello spostamento semantico verso approdi certamente non chiari. Sul concetto di “ruolo” mi piacerà soffermarmi in un altro momento. Ma sui valori, beh, proprio il Natale mi ha offerto quelle stimolazioni che trovano forma in questa brevis rerum narratio. L’attuale senso valoriale del Natale è molto diverso da quello di alcuni decenni fa, e la sua modernizzazione ancora una volta, come per tante altre circostanze, tende a seguire forme “commerciali”, di “consumo”, che allontanano la festa dal suo vero significato. Su questo ognuno dovrebbe riflettere: non è solo questione di modernità, che quando significa progresso è sacrosanta, ma perdita di valore, di considerazione, di ruolo. E, letto in questi termini, il Natale è allora solamente uno di tanti esempi che si potrebbero fare: il meccanismo della modernità è sostanzialmente lo stesso e noi stiamo finalmente imparando a capire il gioco. O no?

A Natale c’è l’usanza di scambiarsi gli auguri, è un gesto bello, umano, soprattutto quando essi sono veri e sentiti. Allora ne voglio formulare anche io uno, a un uomo che a mio avviso in questi giorni ha toccato questioni molto serie e importanti. Costui è Nicola Gratteri, magistrato e saggista, Procuratore di Catanzaro, che nei giorni scorsi ha sferrato un duro colpo alla criminalità organizzata, alla ‘ndrangheta. Ho ascoltato attentamente le sue parole durante l’intervista rilasciata agli organi di stampa. L’ho dovuta recuperare da canali internet perché con rammarico i telegiornali non l’hanno trasmessa integralmente. Gratteri ha espresso concetti davvero significativi che per certi versi si allineano col discorso fin qui fatto. Ha parlato di principi sociali, di valori collettivi, mostrando il suo stupore per atteggiamenti mafiosi che ormai serpeggiano ovunque, nella società civile come nella pubblica amministrazione o nelle attività professionali. Insomma, certe semantiche hanno tra le altre cose favorito la propagazione di un morbo che genericamente chiamiamo mafia, trasferendola su un piano di normalità. Ha ragione: c’è da stupirsi e da scandalizzarsi, per questo, caro Dottor Gratteri. E qui il monito, che vale anche per la conclusione del ragionamento trattato sopra: ognuno deve fare la sua parte, maturando quella che Jaspers definiva “coscienza tragica”. Ognuno, cioè, deve consapevolizzare su se stesso, sul proprio ruolo, e sul contributo da dare alla collettività. Gratteri infatti dice: “Dipende molto da noi, dipenderà molto da noi. Ora sta alla società civile, sta alla stampa, sta anche agli storici, agli educatori spiegare alla gente […]che devono occupare gli spazi che noi questa notte abbiamo liberato. […]. Si, dipenderà da noi, dalla nostra capacità di dare alla festa il significato che deve avere e alla società il contributo che va conferito, lo spazio che vogliamo occupare. Dipende soltanto da noi. Nicola Gratteri ha portato luce in un mondo di tenebre, in cui si intrica la “rete degli invisibili”, per parafrasare il titolo del suo ultimo saggio scritto a quattro mani col giornalista Antonio Nicaso; ha offerto – non solo alla terra che rientra nella sua competenza – una significativa occasione di riscatto e di rinascita, attuando quello che è il vero significato del Dies natalis solis invicti. È un Natale diverso per la Calabria, oggi terra più libera; è un Natale diverso per Gratteri che vive la soddisfazione del suo prestigioso ruolo ma anche la preoccupazione per essere nel mirino di una cancerogena malattia sociale; è un Natale diverso per noi perché nel presepe di questa umanità una stella luminescente ha saputo indicare un itinerario valoriale e una destinazione per la nostra umanità nazionale. Per questo la ringraziamo, Dottor Gratteri, augurandoLe i più fervidi auguri di Buon Natale.