Giornale di approfondimento economico della BCC di Buonabitacolo

Il tempo che fugge e noi che non riusciamo a fermarlo

di Lorenzo Peluso

Credo sia naturale che l’uomo nella sua ricerca costante di una dimensione provi nella vita a comprendere le varie e diverse sfumature che accompagnano quotidianamente gli eventi che si susseguono. Quel non capire il perché delle cose, spesso ci mette in crisi. Ci apre orizzonti di meditazione sconosciuti, costringendoci ad analizzare a fondo fatti e circostanze. Lo scorrere degli anni certo aiuta ad avere spazi di visuale diversi e nuovi garantendo di poter analizzare le situazioni da nuovi punti di osservazione. Come dire che: le opinioni che abbiamo da adolescenti sono certo diverse da quelle che possiamo esprimere da trentenni e dunque molto diverse da quelle che può assommare un 60enne. Insomma la vita che scorre ci aiuta a comprendere e capire. Anche le reazioni, ad eventi ed accadimenti, sono sempre diverse a seconda dell’esperienza e della maturità di ogni singolo individuo. Insomma, se da un lato .. tutto scorre .. dall’altro ogni rivolo crea un solco, ogni solco una nuovo segno. Spesso mi capita, quando qualcuno in confidenza mi dice: “hai la barba bianca” di rispondere, di getto: “si, ci ho messo 45 anni perché divenisse così”. Una risposta spontanea che però, a pensarci bene, rivela la consapevolezza del tempo che scorre e fugge via. Ecco dunque la risposta. Il tempo che fugge e noi che non riusciamo a fermarlo. Tutto cambia, tutto si trasforma. Passeggiando ieri, per i viali del cimitero, scorrevo i volti di quei tanti giovani che ho conosciuto e che ora non ci sono più. Guadavo intensamente gli occhi di tutte quelle persone che nel tempo ho incontrato; alla mente mi tornavano i ricordi di discorsi fatti ed ascoltati. Padri, madri, figli, nonni. Quante vite; quante storie. Dal piccolo scomparso tragicamente, troppo presto, all’anziano stanco e vissuto; malato e speranzoso di poter chiudere questa vita. Da un padre troppo giovane per lasciare i suoi figli al proprio destino al volto sorridente di una madre che quasi sembra dire: “tranquilli, tanto io sono e resto vicino a voi, figli miei”. I volti degli amici che ripropongono ricordi; i volti sconosciuti che chissà che vita hanno vissuto. I volti dei nonni. Quanti ricordi. Un sole tiepido d’autunno sembra quasi scaldarti l’anima nel mentre la tua mente vaga nell’ignoto alla ricerca di una spiegazione. La luce, chissà perché, nei viali del cimitero è sempre intensa. Una luce che offre prospettive diverse di un luogo assolutamente uguale. La sepoltura semplice, solo un fiore; un nome un cognome e due date. Di fianco, marmi opulenti. Vasi di ottone e mazzi di fiori. Una, anzi due frasi. Un nome, un cognome e due date. Poi, più in la, pupazzi in stoffa; macchinine, giocattoli e gigli bianchi. Il volto sereno di un bambino. Un nome, un cognome e due date. Ecco, mi ritorna alla mente quel meraviglioso componimento del principe de Curtis: “Ogn’anno ,il due novembre, c’é l’usanza per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero. Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza, anch’io ci vado,e con dei fiori adorno il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.